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WIKILEAKS ITALIA/ 250mila messaggi diplomatici "rubati": e la chiamano informazione...

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Racconta Jenkins che una volta ricevuti i "files" li ha catalogati secondo un principio molto severo: non sarebbe stato pubblicato nessun documento con nomi o indicazioni di persone in stato di pericolo di vita, sia in zone di guerra che in zone di pace e non sarebbe uscito sul giornale nessun riferimento ad operazioni militari in corso per evitare conseguenze relative alla sicurezza nazionale dei paesi interessati,ed infine  non sarebbero state rivelate fonti riservate. I risultati di questi raffronti sono stati fatti circolare tra i media interessati, incluso il sito Wikileaks, per stabilire standard comuni di comportamento
 
Jenkins aggiunge che  i casi controversi sono stati sottoposti all'esame delle autorità americane, Dipartimento di Stato e Pentagono, con cui è stato intrecciato un colloquio pragmatico e continuato. Il New York Times, anche se con toni più sfumati, racconta  ai suoi lettori  la stessa procedura e spiega il suo atteggiamento con le stesse motivazioni, sottolineando che i "files" di Assange, una volta verificata  la loro autenticità, vanno pubblicati a costo di sbugiardare la doppiezza della amministrazione statunitense e quella di alcuni  alleati degli Stati uniti.
 
E qui arriviamo al nocciolo, dal punto di vista comunicativo, dell'ultima sortita di Wikileaks che vale negli Stati Uniti, nel resto del mondo e in Italia:  esiste  sempre e comunque una responsabilità morale, di chi produce informazioni riservate e di chi diffonde e pubblica informazioni e notizie riservate, a collaborare, ognuno nel suo ruolo, in nome della serietà professionale e del rispetto dell' opinione pubblica.



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