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Esteri

UK/ Il vescovo di Ebbsfleet: la storia della mia "conversione" al cattolicesimo

Il vescovo Andrew BurnhamIl vescovo Andrew Burnham

 

 

Le difficoltà sono le stesse dell’Italia e del resto della vecchia Europa. In primo luogo la crescente secolarizzazione. Inoltre i richiami del «post-modernismo» al posto di una narrazione metafisica in grado di abbracciare tutto quanto. Il cambiamento della natura della domenica. Il fallimento delle Chiese nel giudicare con sufficiente rapidità le culture e i bisogni delle comunità.


I cattolici inglesi sono ancora considerati cittadini di serie B?

No, non è più così dai tempi del cardinale Basil Hume (arcivescovo cattolico di Westminster fino al 1999, Ndr) il quale, pur avendo origini scozzesi e francesi, era considerato molto inglese. I cattolici sono diventati parte del mainstream inglese. La Regina si è riferita a Hume come al «mio cardinale». Ci sono tensioni per il fatto che la Chiesa anglicana ha un numero di fedeli praticanti inferiore rispetto alla Chiesa cattolica benché, a essere sinceri, è stato l’influsso dei ferventi cattolici dell’Est Europa ad avere rinvigorito alcune parrocchie cattoliche.


Ma se la Chiesa anglicana non è in crisi, allora perché ha deciso di entrare in comunione con Roma?

 

Tutto è partito dal movimento anglo-cattolico, che per la maggior parte del 20esimo secolo è stato la parte più consistente della Chiesa anglicana. Nella liturgia e nella spiritualità è molto vicino ai cattolici. Nella concezione della Chiesa assomiglia di più agli ortodossi (non ha un Papa e i vescovi sono tutti uguali). Dall’inizio dei colloqui dell’Arcic (la Commissione internazionale anglicani-romano cattolici, Ndr) di una generazione fa, l’anglo-cattolicesimo però è diminuito, mentre gli evangelici sono aumentati. I moderni anglo-cattolici sono molto più disponibili a rivolgersi a Roma e molti di loro utilizzano il Messale Romano.


C’è stato un momento che ha segnato una sorta di rottura?