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DIARIO HAITI/ Il racconto: il dolore continua tra le macerie ma la carità lavora a luci spente

Pubblicazione:giovedì 18 febbraio 2010

haiti_tendaAvsiR375.jpg (Foto)

Inevitabile in un enorme spiazzo sovraffollato, senza un cesso, senza punti di distribuzione dell’acqua, senza zone per cucinare. I bambini, sempre sorridenti ed entusiasti di nuovi incontri, ci circondano e vogliono darci la mano ad uno ad uno.

 

Poi visitiamo anche quattro ospedali che invece sembrano ben assistiti: medici americani, italiani, francesi e sud-americani sono lì presenti con le organizzazioni più diverse ed assistono le vittime del terremoto: nei letti disposti all’aperto, nei cortili, si notano feriti già operati, quasi tutti giovani, moltissimi gli amputati. Si stimano in 15mila le persone con arti amputati: questo vuol dire che in breve Haiti sarà popolata da migliaia di mutilati ed invalidi che, se non saranno assistiti con un energico e capillare intervento di protesizzazione e riabilitazione rischiano di trasformarsi in straccioni e mendicanti.

 

La nostra decisione a questo punto è praticamente imposta dalla realtà incontrata. Faremo una serie di ambulatori in questa tendopoli dal nome luminoso, Citè Soleil, ma dalla sostanza tremendamente oscura. Scriviamo in fretta il progetto per farlo approvare e finanziare da qualche agenzia delle Nazioni Unite e ci mettiamo al lavoro.

 

Cominciamo nei giorni seguenti a visitare persone, donne e bambini soprattutto. Con l’andare del tempo il loro numero aumenta e più li assistiamo più scopriamo la dimensione dei problemi, moltissimi sono anche i malnutriti, molte le famiglie con morti e dispersi. Cominciamo anche la distribuzione di farmaci ed alimenti energetici.

 

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