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DIARIO HAITI/ Il racconto: il dolore continua tra le macerie ma la carità lavora a luci spente

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Sono rientrato da qualche giorno da Haiti dove ho svolto, con la pediatra Chiara Mezzalira, una missione esplorativa per conto di AVSI: era nostra intenzione vedere quali fossero i bisogni sanitari più urgenti e sinora non coperti dai soccorsi presenti. Sembra quasi una ripetizione più volte sentita lo scenario con cui abbiamo avuto l’impatto: una città che si presenta in stato d’assedio.

 

L’aeroporto occupato dall’esercito americano: scene da Apocalypse Now con elicotteri, C130, jepponi e soldati ovunque. Fuori una folla agitata e urlante che chiede di tutto, chi aiuti, chi di andarsene, chi semplicemente soldi ai nuovi arrivati. Per nostra fortuna ci sono già qui gli amici di AVSI, presente sull’ isola da circa 10 anni con progetti di educazione, protezione sociale e agricoltura, che ci recuperano e ci portano subito a vedere da vicino questo girone infernale ambientato ai Caraibi.

 

La prima meta è la tendopoli sorta improvvisamente a Cité Soleil, quartiere già tra i più poveri della capitale Port-au-Prince. Qui si sono radunate spontaneamente oltre 8mila persone sfollate dalle loro povere case e baracche crollate. Visitiamo questo ambiente con un certo timore: la gente è piuttosto arrabbiata e non sono mancati episodi di violenza in giorni recenti: in realtà AVSI qui è conosciuta e benvoluta.

 

Incontriamo i volontari AVSI locali che hanno distribuito teli-tenda, pentole, catini, taniche ed altri beni di prima necessità. Il sopralluogo ci conferma quello che temevamo: in ogni tenda ci sono bambini con febbre, neonati con gastroenteriti, donne gravide anemiche e deboli, parassitosi della pelle ed altro.

 

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