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Esteri

MEDIO ORIENTE/ Caracciolo (Limes): ora Israele confida più in Berlusconi che in Obama

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Sì, c’è anche questa componente, come c’è una legittimazione di Israele non in quanto figlia dell’olocausto ma in quanto erede di Davide. Così come ci sono ebrei che non condividono il sionismo e pensano che la legittimazione di Israele sia di stampo puramente religioso o non vi sia affatto. Il risultato però è sempre lo stesso: il venir meno delle condizioni per una pace vera tra Israele e palestinesi, e di una complessiva accettazione di Israele da parte del mondo arabo islamico.

 

Qual è secondo lei la strategia dell’amministrazione Usa? L’ultimo atto significativo risale a prima dell’estate scorsa: il colloquio di Obama con Netanyahu e Abu Mazen.

 

Obama credeva di avere un potere di condizionamento che i fatti hanno smentito. Ha pensato di poter «torcere il braccio» degli israeliani, convincendoli a lasciare gli insediamenti, in modo da dare uno spiraglio di prospettiva ai negoziati e quindi più forza ai palestinesi. Risultato: gli israeliani non si sono fatti condizionare, i palestinesi sono più divisi di prima e Abu Mazen è un fantasma.

 

I palestinesi di Gaza e di West Bank hanno superato i 4 milioni e continuano a crescere del 2 per cento nella West Bank e più del 3 per cento a Gaza, contro l’1,7 per cento di Israele. Può essere la premessa per una «one state solution»?

 

Ma questo prevede che gli israeliani siano d’accordo, che annettano la Cisgiordania e Gaza e che facciano degli abitanti i loro concittadini. Non mi sembra francamente una prospettiva realistica.

 

 

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