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PERSECUZIONI/ Il racconto del missionario: in India ci difendiamo con la testimonianza

Pubblicazione:martedì 23 febbraio 2010

india_kashmirR375.jpg (Foto)

 

Dove vedono una croce e una bibbia gli induisti attaccano. Non conoscono bene la differenza tra un cattolico e un protestante, esattamente come l’opinione pubblica europea non distingue al lato pratico tra musulmani sciiti e sunniti.

 

Qual è la sua esperienza personale di convivenza e di incontro con i fedeli delle altre religioni?

 

Sono da 34 anni in India, ho lavorato tra i lebbrosi, i tubercolotici e i sieropositivi nelle baraccopoli di Mumbai di altre città, ma non ho mai avuto problemi di rifiuto e nemmeno sono stato vittima del sospetto di fare conversioni. Anche perché cerco di vivere la mia missione come servizio e come amore verso tutti. In India è questo che conta.

 

Se il primo sospetto è quello di fare proselitismo, su cosa può basarsi la missione cristiana?

 

Su un ritorno a Gesù. Occorre abbandonare l’ottica del progetto, della costruzione di un edificio con tutti i crismi istituzionali. Questo approccio blocca anche i rapporti con le persone e finisce per ingessare tutto. Occorre tornare alla modalità dell’incontro, come faceva madre Teresa: un approccio che tocchi di nuovo la vita delle persone. Lei e le sue sorelle erano in giro per le strade, si sono mescolate con la gente. È l’unica personalità cristiana di cui si può parlare pubblicamente come di un grande esempio di fede, senza provocare tensioni. Ha dato se stessa con un amore totalmente gratuito e disinteressato.

 

 

 



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