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PERSECUZIONI/ Arshad Masih bruciato vivo: quando dire Cristo costa la vita

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Lui bruciato vivo perché non rinunciava a Cristo per Allah. Lei violentata dai poliziotti davanti ai suoi tre figli per aver tentato di denunciare gli assassini del marito. La storia è abominevole, ma esemplare. Illuminante per comprendere l’atroce follia del Pakistan, il paese dove una legislazione, ispirata al Corano, permette di uccidere e perseguitare i cristiani o chiunque pratichi una fede diversa dall’Islam.

 

Certo per capirlo non servivano il rogo assassino di Arshad Masih, il cristiano 38enne bruciato vivo lo scorso fine settimana da un gruppo di estremisti islamici. Non servivano le sevizie inferte alla moglie Martha Bibi tra le mura di un posto di polizia. Le cronache delle violenze sopportate dai cristiani del Pakistan erano già troppo lunghe, già drammaticamente chiare. Sei di loro, tra cui quattro donne e un bambino, bruciati vivi ad agosto dello scorso anno nella cittadina di Gojra con l’accusa di aver insultato il Corano. Una coppia di missionari trucidata a colpi di kalashnikov ad Islamabad nell’agosto 2007 perché sospettata di voler convertire i musulmani. Nel 2006 un muratore aggredito e quasi linciato da una folla al grido di “Uccidi il cane cristiano” per essersi dissetato ad una fontana inquinando con la sua bocca impura l’acqua riservata ai musulmani. Per non ricordare le stragi del 2002, quando 21 cristiani vengono uccisi a colpi di bombe e armi automatiche durante vari attacchi a scuole, chiese, istituti religiosi. O il massacro dell’ottobre 2001, quando un gruppo di estremisti in moto abbatte a colpi di mitra 18 persone riunite davanti ad una congregazione protestante.

 

Quel che più colpisce in questi episodi non sono i numeri o la frequenza, ma la sensazione d’impunità di chi li commette, la convinzione che uccidere un infedele non sia né un peccato, né un reato. A garantire questa scriteriata, spietata certezza ci pensa la legge sulla blasfemia varata nel 1986 dal generale golpista Zia Ul Haq. Quella legge grazie all’abbinamento con la “sharia” impone la condanna a morte per chiunque sia ritenuto colpevole di aver insultato il Corano, Maometto e la fede islamica. Quel che la rende veramente abominevole, al di là della severità della pena, è la faziosità e l’improbabilità del procedimento adottato per applicarla. L’apertura di un procedimento per blasfemia non richiede né testimoni, né prove. Per trascinare in giudizio un sospetto basta la parola di un altro uomo. Poi se l’accusatore è musulmano e l’altro cristiano, o comunque infedele, peggio ancora. A quel punto la condanna è quasi scontata.

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’articolo di Gian Micalessin

 

 

 



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COMMENTI
29/03/2010 - martirio (Antonio Servadio)

chiamasi martirio. Questo si; non quello di coloro che si imbottiscono di tritolo.