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TRAGEDIA POLONIA/ Mario Mauro: ecco da dove può ripartire il popolo polacco

Pubblicazione:lunedì 12 aprile 2010

polonia_tragediaR375.jpg (Foto)

“Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide”. Questo è stato il semplice, ma straordinariamente efficace motto che ha unito nazioni che fino al giorno prima si muovevano guerra. È un grido contro l’ideologia, quel fattore che piega la ricerca della verità e del bene comune a un interesse personale, coincidente con il raggiungimento del potere con ogni mezzo e quindi anche con l’annientamento della libertà del popolo e della sua volontà, che in una democrazia non può essere in alcun modo messa in discussione. In questo momento così difficile per la vita dello stato polacco l’opportunità di contribuire al bene di tutti passa ancora una volta attraverso la capacità di essere uniti e non lasciarsi dividere dalla disperazione.

 

Distruggendo una certa immagine della “mondanità”, la speranza cristiana ha infatti smascherato i vincoli che legano l’uomo al potere inteso come «speranza patologica», ossia totalitarismo. Perché i totalitarismi altro non sono che tentativi di realizzare prematuramente la speranza, di compiere in modo indebito il desiderio che anima nel profondo il cuore dell’uomo.

L’augurio e l’auspicio è che il popolo polacco, coltivando questa speranza, rafforzi il proprio desiderio di libertà, di giustizia e di pace, riportando l’Europa intera all’intuizione da cui è stata generata, ciò di cui ha bisogno per scongiurare un declino politico e morale.

Stringiamoci quindi ai nostri fratelli polacchi e partecipiamo commossi del loro dolore, certi che anche in questa circostanza così difficile sapranno far prevalere la grandezza dei loro cuori.

 

 



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COMMENTI
16/04/2010 - *** (Paula Serena)

Sono polacca. Volevo ringraziare x questo articolo, grazie a Voi che ci state vicino, grazie x Vostro sostegno e memoria...

 
12/04/2010 - L'abbraccio di un popolo (Angelo Bonaguro)

Ho seguito alla tv polacca questo terribile sabato. Ho visto l’impenetrabile Putin abbracciare il premier polacco davanti ai resti del Tupolev, in un gesto che supera il protocollo e ci ricorda che siamo uomini. Ho visto le migliaia e migliaia di cittadini in preghiera fuori dalla chiesa di Varsavia dove si celebrava la messa di suffragio. Ne ho visti altri, altrettanto composti, seguire la cerimonia dagli schermi sulle piazze. Quanta voglia di risposte, o piuttosto la consapevolezza dell’unico interlocutore, la Chiesa, che non ha mai abbandonato il paese. “Oggi la Polonia ha bisogno di unità e solidarietà” ha scritto profeticamente l’arcivescovo Nycz il mese scorso. Ho visto il corteo funebre con la salma di Kaczynski snodarsi dall’aeroporto militare fino al palazzo presidenziale, che appariva così fragile, accerchiato dai ceri e dai fiori. Un’interminabile ora, fra due ali di folla: chi posava fiori in mezzo alla carreggiata in modo che non fossero calpestati, alcuni applausi, molta compostezza e dolore. Gli intervistati con la voce rotta dalla commozione, le sedie vuote a Katyn, dove altri avevano preceduto in treno la delegazione. Kaczynski non andava a nessun “G qualcosa”, quelle riunioni così lontane dalla gente… Katyn resta una ferita aperta nella memoria storica polacca, tantopiù che le furono imposti il silenzio e la menzogna durante l’epoca comunista. Dunque il loro presidente andava là per tutti. «La Polonia non è ancora morta, finchè noi viviamo”.