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Esteri

IL CASO/ Per cancellare il nome di battesimo gli inglesi ricorrono agli egizi

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Marie Clair, esponente di Plain English Campaign, si è detta stupita del divieto di utilizzo del “Christian name”, chiedendosi chi potesse mai ritenersi offeso da quell’espressione. «Io non comprendo davvero» ha precisato la Clair «come funzionari di un ufficio pubblico distrettuale, abbiano potuto assumere l’iniziativa di redigere queste linee guida, senza che si fosse mai registrata alcuna protesta o reclamo da parte di chicchessia circa l’asserito tenore offensivo, in quel contesto, del termine “cristiano”». «Davvero qui la political correctness», ha aggiunto l’esponente di Plain English Campaign, «ha superato i limiti del buon senso e anche dell’assurdo. «Perché mai», si è chiesta Marie Clair, «non dovremmo utilizzare quel “familiar language” che tutte le persone sono in grado di comprendere?».

 

Il fatto è che anche quest’ultimo episodio - certamente non drammatico ma significativo - si inserisce in quella sistematica operazione culturale con la quale oggi, in Gran Bretagna, si vuole infliggere al cristianesimo una sorta di damnatio memoriae. Anche quando - come nel caso del “Christian name” - il riferimento alla religione non ha più alcun connotato concreto.

 

Con la meticolosa precisione degli antichi scalpellini egizi, gli scribi del polically correct stanno rimuovendo ogni traccia del cristianesimo dalla società britannica, esattamente come nell’antico Egitto si cancellavano le immagini, i nomi, i cartigli e i geroglifici di personaggi e religioni che si intendevano ripudiare. E si è pure ingaggiata una corsa allo zelo in questa battaglia culturale, in cui le potenziali proteste dei credenti in altre fedi vengono addirittura anticipate. In questa crociata contro i cristiani, infatti, la gara dei burocrati è tra chi di loro si dimostri più musulmano dei musulmani, più sikh dei sikh, più ebreo degli ebrei.

 

L’errore che si sta commettendo nel Regno Unito - e non solo lì purtroppo - è quello di non comprendere che una società che recide il nesso con la propria storia, la propria cultura, la propria tradizione, è come un albero a cui vengono tagliate le radici.

 

Una società si riduce a un’entità senza carne né sangue se non si riconosce nell’alveo di una tradizione. Nulla, infatti, come ricordava il cardinale Angelo Scola, è più astratto dell’immagine di un individuo che edifichi, ogni volta da capo, la propria interpretazione culturale, nata con lui e con lui destinata a morire.

 

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COMMENTI
14/04/2010 - correttezza, ipocrisia o balordaggine ? (Antonio Servadio)

Spett. lettrice Ungaretti, l'Inghilterra è pensata molto più avanzata del Bel Paese per quella malattia congenita chiamata "esterofilia", una versione cronica dell'autolesionismo nazionale. Balordi siamo tutti. Ricordo, qualche decennio fa, quando l'epidemia del "politically correct" venne importata nel Bel Paese dalla sinistra iper-sindacale. Tra le prime ridicole forzature ricordo la sostituzione del termine "spazzini" con "operatori ecologici", "ciechi" con "non vedenti" etc. Spazzare le strade non è lavoro ignominioso nè disprezzabile, una mansione per nulla meno rispettabile o meno utile della casalinga, della giornalista, del dentista (proporrei "terapista dentale"). Essere ciechi non è affatto una colpa o una vergogna, non è termine denigrativo. Quanto al Regno Unito, è evidente la progressiva e metodica rimozione delle tracce di Cristianesimo. C'e' stato persino il caso di un'impiegata della British Airways ripresa per aver portato al collo un crocifisso. Per converso, si forzano -sovieticamente- i bambini a subire un tipo di educazione "sessuale" scolastica assai discutibile e la giurisprudenza si sta orientando a valutare con metri totalmente differenti i reati a seconda che ci si appelli alla tradizione locale o a quella islamica. Il futuro è alle porte.

 
09/04/2010 - Nomi di battesimo. (Carla D'Agostino Ungaretti)

E' una tristezza constatare come un popolo di così evoluta civiltà e cultura stia diventando così balordo!