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NUCLEARE/ Obama-Medvedev, l’accordo simbolo che cambia la politica Usa

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Tale dottrina, hanno chiarito i vertici dell’Amministrazione americana, non si applicherà però ai governi che non hanno sottoscritto i principali accordi internazionali in materia di non-proliferazione. Un modo per dire a Iran e Corea del Nord di non farsi illusioni rispetto alla capacità Usa di rispondere colpo su colpo a qualsiasi tipo di minaccia.

 

Appena una settimana dopo, il 12 aprile, lo stesso presidente Usa convocherà a Washington una conferenza sulla sicurezza nucleare, che vedrà convergere 44 capi di Stato e di governo per discutere il tema delicato della messa in sicurezza degli arsenali. Il pericolo che le organizzazioni terroristiche possano venire in possesso della bomba sporca rimane una delle minacce principali segnalate dall’intelligence. Infine, a maggio, si svolgerà al Palazzo di Vetro dell’Onu la conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione nucleare, un accordo che risale alla Guerra Fredda e che, se adeguatamente aggiornato ed implementato, è in grado di fissare procedure di controllo e supervisione internazionale per l’utilizzo a scopi esclusivamente civili dell’energia nucleare.

 

Dopo tutti questi appuntamenti, concentrati in poche settimane, potremmo davvero trovarci in un mondo diverso, forse meno pericoloso di quello attuale. La sfida principale risiede nell’aggregare un consenso ampio ed una convergenza su un sistema di regole che per adesso rimane arbitrario. Sullo sfondo della grande sfida lanciata da Obama ci sono i fantasmi delle minacce costituite dal regime iraniano e da quello nordcoreano, nonché la fragilità di alcuni governi che dispongono di testate nucleari, come il Pakistan. Insomma, tutti questi appuntamenti non faranno sparire la minaccia della distruzione del pianeta: migliaia di testate atomiche in giro sono moltissime, i terroristi potranno ancora voler impossessarsi della bomba sporca o rovesciare governi in Paesi fragili o falliti. Ma la carica simbolica di questi eventi può costituire la piattaforma ideale per una nuova convergenza in un’arena internazionale sempre più caotica, riottosa e pericolosa.

 

 

 



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