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SCENARIO/ Riusciranno la Cina e l’Italia ad "incontrarsi" all’Expo di Shangai?

Shanghai inaugura il 1° Maggio la più grande Esposizione universale mai vista da almeno cent’anni. Riusciranno, la Cina e l’Occidente, ad incontrarsi e capirsi? Il commento di COSTANTE PORTATADINO

cina_shanghai_notteR375.jpg (Foto)

Shanghai inaugura il 1° Maggio la più gigantesca ed emblematica Esposizione universale mai vista da almeno cent’anni. Forse sarà soltanto una manifestazione di potenza, forse si aggiungeranno scampoli di antica finezza orientale, difficilmente ci saranno occasioni per seri richiami alle libertà civili, religiose e politiche da sempre conculcate. L’Occidente ha molto più bisogno ora, che non al tempo delle Olimpiadi di Pechino, della collaborazione economica e politica cinese, ma non dovrebbe rassegnarsi a recitare la parte del turista o dell’espositore di cartoline illustrate e di souvenir per attirare i nuovi ricchi cinesi alla scoperta dell’Europa e dell’America.

Capire la Cina: l’Expo 2010 potrebbe essere un’occasione unica per capire e per farsi capire. Un punto di dialogo ovvio ma importante è il padiglione italiano, il suo programma di eventi, il suo carnet espositivo. Un rapido sguardo al sito internet (www.expo2010italia.gov.it) è sufficiente per riconoscere lo sforzo di presentare un’immagine credibile della cultura e della operosa creatività del nostro paese. Tuttavia sembra un immagine standard, buona per ogni occasione, che non abbia individuato un tema e un linguaggio veramente comuni all’interlocutore cinese.

È un evento esterno al padiglione fieristico ad offrire, invece, un esempio veramente importante del giusto metodo. Mi riferisco alla mostra Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming, dedicata al grande missionario gesuita di cui ricorre il prossimo 11 maggio il quarto centenario della morte. Presentata lo scorso anno in Vaticano in una versione “italiana” con il titolo Ai crinali della storia, è stata proposta al pubblico cinese a Pechino il 6 febbraio al museo Capital e dal 3 aprile al 23 maggio sarà a Shanghai al museo cittadino (si vedano: padrematteoricci.it e mondomostre.it).

L’eccezionale interesse della mostra discende solo parzialmente dalla altissima qualità delle opere esposte, in modo preponderante dal personaggio cui è dedicata. Matteo Ricci o Li Madou secondo la traslitterazione cinese, è il fondatore della missione dei gesuiti in Cina a partire dal 1583, inizialmente insieme a padre Michele Ruggieri, poi con altri pochi compagni. Imparato alla perfezione il cinese mandarino, approfondisce pazientemente la cultura cinese classica, fino a farsi riconoscere come “letterato”: una condizione civile, più che una professione, tanto che nel 1595 ne adotta l’abito e lo stile di vita, convinto di poter meglio rappresentare la propria missione di sacerdote cristiano in questo modo, piuttosto che con quello di “monaco”, mutuato dalla tradizione buddista. Questa scelta consente a Ricci di accreditarsi con principi e funzionari di alto rango, di stringere amicizie tanto importanti da poter sperare di essere introdotto alla corte dell’imperatore Wanli, cosa che accade nel 1601.

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