BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

AFGHANISTAN/ Perché morire per un popolo in mano ai terroristi?

Pubblicazione:martedì 18 maggio 2010

para_pattuglia_afghanistanR375.jpg (Foto)



Non a caso questa zona è stata la prima a conoscere nel luglio 2009 una tregua formale firmata dai rappresentanti del governo di Kabul e dai capi degli insorti. Una tregua ispirata dagli anziani capi tribù della zona convinti che la presenza della Nato nei centri abitati fosse più salutare e benefica di quella talebana. È stato un processo difficile e sanguinoso costato la vita non solo ai due militari italiani morti ieri, ma anche a qualche alleato americano e a decine di soldati afghani. 

Questi sacrifici hanno consentito però di costruire ponti, scuole e opere d’irrigazione ridando fiducia a una popolazione che fino all’arrivo delle nostre truppe neanche sapeva chi governasse a Kabul. Il controllo di quella zona oltre a colpire i traffici di armi e droga ha consentito alla Nato di garantirsi un anello di collegamento tra le provincie occidentali gestite dagli italiani e quelle settentrionali affidate al comando della Germania. 

Solo controllando quelle zone la Nato può garantire una presenza uniforme in tutto l’Afghanistan, muovere rifornimenti e mezzi, accelerare l’addestramento sul campo dei battaglioni afghani e verificare le loro capacità sul campo. La trasformazione dell’esercito afghano in una forza efficiente capace di garantire autonomamente la sicurezza dei villaggi è il primo passo per garantire in futuro il ritiro dei contingenti stranieri. 

Ma per consentire agli afghani d’impegnarsi nella lotta all’insurrezione talebana bisognerà garantire loro un’assistenza continua e intensa per almeno altri tre anni. Questi tempi indispensabili per garantire il dispiegamento di un effettivo minimo di circa 120mila uomini sono anche l’intervallo migliore per incoraggiare lo sviluppo d’ istituzioni politiche in grado di affiancarsi all’esercito e sfruttare al meglio gli aiuti internazionali. 

 
 

CLICCA >> QUI SOTTO PER CONTINUARE L'ARTICOLO

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
18/05/2010 - Danno la vita per noi. (claudia mazzola)

Io sono gratissima a questi soldati che fanno per me quello di cui io ho paura. Già, io sono cattiva e loro sono tanto buoni, ecco perchè ci difendono. Grazie col magone.

 
18/05/2010 - Missioni di pace (Giorgio Antonaci)

Ci piace chiamarle così, forse per semplice ipocrisia, forse per ambiguo rispetto di un principio costituzionale più o meno scritto in tema di operazioni militari all'estero. Missioni di pace. A guardare la divisa dei nostri soldati, il loro armamento, l'elmetto in testa, i fucili mitragliatori con il colpo in canna, i colpi automatici che partono dalle loro armi dotate di sistemi di puntamento di alta tecnologia, sembrerebbero proprio missioni di guerra: ma non si può dire. Varrebbe però la pena, per tentare di riportare a casa il maggior numero possibile di questi nostri figli, di cambiare almeno le regole di ingaggio e far sì che alla provocazione sia equiparato il sospetto, sì da poter aprire il fuoco non solo per difendersi, come pecore al macello: in fondo siamo in un paese in mano ai terroristi, ai quali non sempre giova lasciare la prima mossa. Giorgio Antonaci.