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AFGHANISTAN/ Perché morire per un popolo in mano ai terroristi?

La morte di due militari italiani in Afghanistan ha fatto riemergere ansie e paure riguardo alla nostra presenza in un teatro pieno di insidie e pericoli. Un impegno che però, come ci spiega GIAN MICALESSIN, ha un motivo preciso

para_pattuglia_afghanistanR375.jpg (Foto)

Rieccoli. Sono di nuovo fra noi. Sono i politici ansiosi di riconsegnarci all’antica dimensione della commedia all’italiana. Sono gli avvoltoi sempre in attesa di un caduto in divisa per suggerirci di ritirarci dal mondo, di chiuderci dietro le frontiere nazionali, di restituire alle mamme i loro figli in divisa.

Ma dietro a questo atteggiamento apparentemente compassionevole si nasconde il più fallimentare cinismo, il bieco calcolo di una politica sempre pronta a ballare sul sangue dei nostri soldati per conquistarsi consensi inzuppati nel dolore. Eppure la considerazione morale è forse l’ultima a cui prestare attenzione. La dimensione più dannosa di quella politica decisa a riproporci a ogni caduto il “refrain” del ritiro immediato è la sua inadeguatezza.

Il convoglio colpito ieri mattina dalla trappola esplosiva dei talebani era in marcia verso Bala Morghab, una ridotta all’incrocio delle rotte del contrabbando d’armi e droghe tra la provincia afghana di Badghis e il Turkmenistan. La nostra presenza in quella zona è il modello su scala ridotta di tutta la missione afghana. Fino all’agosto del 2008, quando un nostro contingente prese possesso di quel vecchio cotonificio un tempo base sovietica la provincia di Badghis era alla mercè di un gruppo di talebani che si finanziava con i traffici malavitosi e imponeva la propria legge ai villaggi della zona.

Dopo la caduta dei talebani la provincia non aveva conosciuto alcuna realtà statuale.  Le avanguardie dei nostri soldati vennero scambiati per soldati russi dagli abitanti della zona ancora convinti di aver a che fare con l’Armata Rossa degli anni Ottanta  e immediatamente attaccati dalle bande degli insorti. In oltre due anni di presenza, scanditi da scontri duri e sanguinosi, i nostri contingenti appoggiati dalle truppe spagnole e americane hanno progressivamente allargato la loro zona d’influenza, intavolato trattative con i vari capi villaggio e spinto ai margini della vallata i talebani.


 

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COMMENTI
18/05/2010 - Danno la vita per noi. (claudia mazzola)

Io sono gratissima a questi soldati che fanno per me quello di cui io ho paura. Già, io sono cattiva e loro sono tanto buoni, ecco perchè ci difendono. Grazie col magone.

 
18/05/2010 - Missioni di pace (Giorgio Antonaci)

Ci piace chiamarle così, forse per semplice ipocrisia, forse per ambiguo rispetto di un principio costituzionale più o meno scritto in tema di operazioni militari all'estero. Missioni di pace. A guardare la divisa dei nostri soldati, il loro armamento, l'elmetto in testa, i fucili mitragliatori con il colpo in canna, i colpi automatici che partono dalle loro armi dotate di sistemi di puntamento di alta tecnologia, sembrerebbero proprio missioni di guerra: ma non si può dire. Varrebbe però la pena, per tentare di riportare a casa il maggior numero possibile di questi nostri figli, di cambiare almeno le regole di ingaggio e far sì che alla provocazione sia equiparato il sospetto, sì da poter aprire il fuoco non solo per difendersi, come pecore al macello: in fondo siamo in un paese in mano ai terroristi, ai quali non sempre giova lasciare la prima mossa. Giorgio Antonaci.