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ARGENTINA/ I duecento anni dell’Italia d’Oltreoceano

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La spianata di Buenos Aires dedicata al bicentenario dell'Argentina (Foto Ansa)  La spianata di Buenos Aires dedicata al bicentenario dell'Argentina (Foto Ansa)

Ed è proprio in Argentina che queste cose si sono sviluppate in modo profondo, tanto che dopo un iniziale periodo dove l’immigrazione venne sfruttata in modo ignobile (principalmente verso la fine dell’800 e il principio del secolo sucessivo) le altre ondate hanno portato verso una conquista di diritti che si sono concretizzati nel periodo peronista (come l’estensione del voto alle donne e l’istruzione obligatoria e laica) anche se concepiti e portati avanti dal socialista Palacios.

 

Ma, come scrivevo sopra, la storia Argentina è stata molte volte un’altalenarsi di contraddizioni spesso a noi indecifrabili che hanno portato il Paese a essere governato con bagni di sangue. E non mi riferisco solo alla figura dell’ottocentesco dittatore Rosas, ma sopratutto nel secolo scorso, con l’ascesa al potere di un dittatore (Peron) appoggiato dalla classe operaia e l’inizio di una contrapposizione politica tra peronismo e radicalismo che ha avuto come “arbitro” il potere militare sorretto da multinazionali e potenze straniere che vedevano lo sviluppo argentino come un fenomeno pericoloso non solo a livello di sfruttamento delle risorse energetiche del Paese ma sopratutto a livello di pensiero.

 

Difatti la formazione di una generazione dotata di un’istruzione decisamente superiore e oltretutto laica ha fornito il la a una repressione che ha generato non solo colpi di Stato ma soprattutto l’ignobile pagina di storia che ha portato al potere uno dei più biechi regimi militari della storia, protagonista di un processo di eliminazione fisica di massa conosciuto sotto il nome di “Desaparecidos”.

 

Nello stesso periodo in Italia la guerriglia veniva affrontata e sconfitta, ma come diceva il compianto generale Della Chiesa “una Democrazia può e deve sconfiggere un nemico ma nel massimo rispetto dei propri principi”. Peccato che a Buenos Aires e dintorni questi ultimi fossero ben lontani da quelli che ispirarono i “Libertadores”.

 

Poi gli anni Ottanta e il ritorno alla Democrazia attraverso una figura, quella del Radicale Raul Alfonsin, molto coraggiosa e con un programma ben definito ma che purtroppo aveva due punti deboli, anzi tre: un potere militare ancora forte, una disastrosa situazione economica ereditata e sopratutto, come anni prima era successo a un’altro Presidente, sempre Radicale e mio omonimo (Arturo Illia) un’opinione pubblica che non lo appoggiò mai chiaramente, anzi spesso lo contestò come mai era suceso con i militari.

 

Le sirene del peronismo, della demagogia populista e di un ritorno a una passata grandezza (figlia di un’economia forte e quasi monopolista sull’esportazione della carne a un’Europa affamata e distrutta) furono più forti di un logico pensiero. E allora ecco alternarsi al potere il peronista Carlos Saul Menem, Governatore della provincia di la Rioja, con un programma che promette il ritorno alla passata grandezza e una “dolcevita” generale.

 

In effetti una delle prime manovre del suo Ministro dell’Economia , Domingo Cavallo, è quella della parità (fittizia) tra peso e dollaro e tutta una serie di privatizazzioni che sono una manna per le multinazionali. La parità cambiaria innesca una corsa quasi disperata ai consumi, tanto che le famiglie si indebitano con il sistema delle rate sulle carte di credito pur di non lasciarsi sfuggire nulla: si arriva al colmo di voli per Miami stracolmi dove frotte di argentini invadono la città della Florida trattata alla stregua di un grosso centro commerciale .

 

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