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IL CASO/ Quel multiculturalismo "made in England" che vuole i detenuti convertiti all’islam

mercoledì 14 luglio 2010

 

Il dato apparentemente paradossale è che, mentre permane ancora in larga parte della società un sentimento misto di paura e diffidenza nei confronti dei musulmani, l’islam continui, comunque, a diffondersi in Gran Bretagna. I motivi non sono legati soltanto all’immigrazione ed all’arma invincibile della prolificità.

A causa della propria insipienza, la politica del Regno Unito, oramai totalmente obnubilata dai fumi velenosi del politically correct, non riesce in realtà a percepire le potenziali capacità di espansione derivanti da una forte presenza culturale islamica. Mi riferisco, ad esempio, al pieno riconoscimento, all’interno del sistema giudiziario britannico, dei Muslim Arbitration Tribunal, ovvero di una forma di giustizia rapida ed alternativa, che oggi è capace di attrarre anche molti non musulmani.

 

Del resto, il fallimento del sistema multiculturale britannico - cui qualche sciocco disinformato di casa nostra guarda con ammirazione - risiede proprio nell’assoluta assenza di una coscienza identitaria da parte di chi ha la responsabilità istituzionale di porsi come interlocutore di un confronto tra diverse civiltà e culture. Il cinico opportunismo politicamente corretto, che oggi caratterizza la classe dirigente britannica, non è all’altezza della sfida epocale imposta dai tempi.

Lo ha chiaramente dimostrato, l’anno scorso, il pittoresco sindaco di Londra, Boris Johnson, quando ha invitato tutti i cittadini londinesi a partecipare, almeno un giorno, al digiuno del ramadan, per poi recarsi, dopo il tramonto, in una moschea. L’invito era rivolto affinché gli stessi londinesi imparassero a comprendere i propri vicini musulmani, e a «trarre edificanti ed istruttive lezioni dallo spirito e dal significato del digiuno islamico».

 

Quella improvvida boutade del biondo e strampalato Lord Mayor ha avuto un effetto assolutamente negativo. Da una parte ha irritato, comprensibilmente, i londinesi che diffidano dell’islam, dall’altra ha aumentato il disprezzo dei musulmani nei confronti dei britannici che hanno rinunciato alla propria identità, tradizione, cultura e fede, barattandola per interessi politici di basso cabotaggio.

Davvero non è con i metodi di Johnson e compagni che si può pensare a possibili forme d’integrazione.

 

 

 



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COMMENTI
14/07/2010 - Visitare i carcerati (alessandro vergni)

Leggo l'articolo dell'Avv. Gianfranco Amato e mi viene alla mente la seguente frase: "visitare i carcerati". Mi sembra che questa sia l'unica strada possibile per frenare la discesa nel baratro, descritta dall'indagine presentata dall'articolo. Mi sembra proprio evidente come ogni volta che lo stato provi ad imporre risposte, in questo caso di tolleranza multiculturale, l'esito sia sempre nefasto. Osservare allora quali sono i casi di successo, pur con tutti i limiti intrinsechi a qualsiasi opera umana, forse aiuterebbe. Mi vengono alla mente i tanti amici che hanno fatto proprio quell'augurio "visitare i carcerati", e che, dentro un percorso di condivisione umana delle storie travagliate di chi incontrano, portano la speranza a chi speranza sembra non doverne avere. Qui finisce il ghetto e comincia la riabilitazione, innanzitutto della propria persona davanti a sè. Altro che conversioni estorte forzatamente o abbracciate per godere di più privilegi. Occorre, però, un sistema politico che non discrimini, perchè il paradosso è che in nome del "siamo tutti uguali" si produce spesso l'effetto esattamente opposto. Non si è tutti uguali in quanto tutti si ha il diritto di fare tutto. La politica sia responsabile nel mantenere viva la radice da cui la sua storia viene; costruisca pure le carceri, ma favorisca con ogni mezzo la possibilità che altri (la società civile) possano vivere senza freni la raccomandazione "visitare i carcerati".