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Esteri

AFGHANISTAN/ Herat, uccisi due soldati artificieri italiani da un trappola dei talebani

Il primo maresciallo Mauro GigliIl primo maresciallo Mauro Gigli

«Lo Ied può essere di varia natura. Può essere il piatto di pressione, il radiocomando, o il sistema a tempo. Il momento più delicato è sicuramente quando c’è l’approccio manuale da parte dell’operatore, che deve affrontare l’ordigno. Ogni intervento è a sé. Ed ogni intervento, dal momento in cui arriva l’attivazione, fino alla conclusione, è tutto un susseguirsi di tensione e adrenalina». Così, Mauro Gigli, una ventina di giorni fa, raccontava al tg1 in cosa consisteva il suo mestiere.


- «Sarebbe più sicuro utilizzare il robot telecomandato per fare brillare gli ordigni. Ma non sempre è a disposizione, oppure diventa troppo pericoloso utilizzarlo nel cuore dei centri abitati. Ci sarebbero inevitabilmente vittime tra i civili. E allora tocca a noi andare e fare il lavoro di disinnesco con le nostre mani». Gli artificieri non lavorano mai soli. «E’ necessario confrontarsi con il collega, che ha la mia stessa qualifica. Tra di noi si parla. Si cerca sempre di trovare la strategia opportuna per il disinnesco», spiegava, senza, tuttavia, entrare troppo nei dettagli. Troppe informazioni, infatti, avrebbero potuto mettere a repentaglio la vita dei suoi commilitoni. O peggio. «Si deve fare attenzione a divulgare queste notizie» diceva. «Poi magari qualche terrorista le usa per fare danni in Italia». Il militare era conscio del rischio che lui e i suoi stavano correndo. «Abbiamo fatto circa 80 interventi in tre mesi. Vuol dire che la minaccia c’è»,