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PERSECUZIONI/ Biloslavo: vi dico come vivono gli afghani convertiti al cristianesimo

Pubblicazione:mercoledì 11 agosto 2010

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Quando in Afghanistan regnava mullah Mohammed Omar, Amir Al-Mu'minin, il capo dei tutti i credenti, ho avuto la ventura di passare un mese con i talebani. A Jalalabad, il capoluogo commerciale sulla strada che da Kabul porta a Peshawar, attraverso il leggendario Kyber pass, maulawi Naik Mohammed era il “simpatico” capo della polizia religiosa. Volevo capire se i pasdaran di Allah convincevano veramente a scudisciate i bottegai afghani del bazar a chiudere la saracinesca per andare a pregare, le cinque canoniche volte al giorno previste dal Corano.

 

Trentadue anni, omaccione, barbone nero come la pece e turbante bianco, colore dei martiri musulmani, maulawi Naik, come primo approccio mi chiese se ero “kafir”, ovvero “infedele”. Gli risposi che ero peccatore, ma credevo in Gesù Cristo che i musulmani tengono in considerazione. Nell’occasione sfoderai un perfetto verso del Corano sull’argomento, che lo colpì molto.

 

Da buon poliziotto del Dipartimento per prevenire i vizi e favorire le virtù ci mise ancora più impegno a tentare di convertirmi. Vestito con la tunica e i pantaloni a sbuffo come lui, con una barba adeguata e un tipico turbante pasthun gli sembravo la pecorella smarrita giusta da riportare all’ovile. Seduti a terra a gambe incrociate nel “commissariato” della polizia religiosa andammo avanti per un’ora a discutere di religione sorseggiando una tazza dopo l’altra di chai, il tè afghano senza zucchero.

 

La conversione fallì, ma non il mio reportage. All’ora della preghiera Naik Mohammed ordinò secco ai suoi uomini che bisognava cominciare il giro per rammentare a frustate alla gente l’ora della preghiera. A quel punto chiesi rispettosamente di seguire la banda scalcinata di agenti armati di Kalashnikov, che calzavano sandali rudimentali e portavano i classici turbanti neri dei talebani.

 

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