Esteri
mercoledì 18 agosto 2010
La prima cosa che colpisce di Baku, la capitale dell’Azerbaijan, è l’opulenza un po’ pacchiana della sua architettura. La quantità di nuove costruzioni, in uno stile che definirei “neo-moresco” la fa assomigliare a una versione caucasica, appena un po’ più europeizzata, di Abu Dabi. Certo, il Caspio non è il Golfo Arabico e lo struscio serale sul lungomare illuminato da mille luci di Baku fa venire più in mente una versione laica dell’Iran (o una più “pia” del Kazakistan, scegliete voi) che non un emirato arabo. Ma la sensazione che gli Azeri siano seduti su un mare di gas e petrolio è molto forte. Baku è l’unica città che io conosca in cui i pilastri della sopralevata che arriva dall’aeroporto sono rivestiti in marmo policromo.
L’atmosfera che si respira è quella di una città ricca e tutto sommato sicura, anche grazie all’illuminazione a giorno dei distretti centrali. Ovunque campeggiano ritratti dello scomparso presidente della Repubblica Heydar Aliyev, già primo segretario del Partito Comunista ai tempi dell’URSS, nonché padre dell’attuale presidente Ilham Aliyev. Quasi a ricordarci che siamo comunque di fronte a un sistema politico molto lontano dagli standard della democrazia europea. Proprio la figura di Heydar Aliyev è legata alla provvisoria sistemazione di quello che rappresenta il maggiore trauma nazionale nella storia dell’Azerbaijan indipendente.
Ovvero la perdita della regione del Nagorno-Karabakh, ad opera degli Armeni. La guerra che dal 1991 al 1994 ha insanguinato la regione è costata oltre 30.000 morti e 100.000 feriti ai contendenti, e un numero gigantesco di profughi. Si calcolano in 700.000 gli azeri sfollati dalle zone di guerra, uno su nove, compresi i bambini che giocano in uno dei campi profughi della capitale che siamo andati a visitare, quello dove sono stati riuniti gli sfollati del distretto di Binagadi.
Questi bambini che giocano alla guerra con delle imitazioni giocattolo di fucili a pompa inquietanti nella loro accuratezza, sono anche loro profughi, sia pure da una terra che non hanno mai visto e che, forse, non vedranno mai. Avranno cinque o sei anni, e sono ospitati in un vecchio dormitorio per studenti universitari dell’era sovietica. Una serie di palazzi raccolti intorno a un cortile il cui cielo è ingombro di fili elettrici e panni stesi ad asciugare, mentre sotto, alcuni giovani giocano a backgammon, mentre gli anziani sorseggiano il te, sorvegliando svogliatamente della lana appena cardata. Il campo ricorda in chiave meno claustrofobica quello palestinese di Chatila, alla periferia di Beirut. Ma qui la provvisorietà appare più marcata.
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Interessantissimo reportage di una persona vivace, dotata di penna e mente brillante. Attendo il seguito
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