Esteri
giovedì 19 agosto 2010
Attraversare il confine tra Azerbaijan e Georgia, significa passare dall’Asia all’Europa. Cento passi. Meno che quelli che separano la sponda asiatica di Istanbul da quella europea. Eppure, contrariamente ai nostri più consolidati stereotipi, europeo non significa ricco. È povera la Georgia, con i suoi 4 milioni scarsi di abitanti. Decisamente più povera dell’Azerbaijan.
Appena oltre il tecnologico posto di controllo georgiano, si trova un piccolo market, con annesso ristorante, dove ci servono un ottimo”cachapuri” (una versione locale della focaccia al formaggio di Recco). Tutto molto pittoresco, ma anche decisamente primitivo. Anche gli ubriachi che ricercano la via di casa, ci ricordano che abbiamo lasciato le terre musulmane del Caucaso, dove l’alcool circola anche in maniera copiosa, ma le sbornie non sono mai un fatto pubblico.
Siamo in uno dei più importanti distretti di produzione vinicola della Georgia, e nei giorni successivi avremo modo di fare conoscenza con l’ottima qualità del vino georgiano. Il dopoguerra è stato caratterizzato anche dal tentativo russo di boicottare le esportazioni vinicole della Georgia (importanti per il Pil del Paese). In maniera non sorprendente, molti Paesi dell’ex blocco sovietico, la Polonia in primis, hanno dimostrato la loro attiva solidarietà alla piccola Repubblica aggredita dal gigante russo proprio promuovendo le importazioni e l’acquisto del vino boicottato dai russi.
Nella linda cittadina di Signaghi, una cinquantina di chilometri nell’interno, la guerra sembra lontana, come lo sembra la sera nei vivaci e affollati caffè della città vecchia di Tibilisi. Eppure, la guerra dell’agosto 2008 ha costituito una vera e propria mazzata per la Georgia da cui il Paese fatica a riprendersi.
La decisione del presidente Saakashvili di provare a riprendere militarmente il controllo della repubblica ribelle dell’Ossezia del Sud ha offerto ai russi un pretesto formidabile per dare una lezione alla troppo audace e filo-occidentale (secondo il Cremlino) Georgia. Nel giro di una quindicina di giorni, e pagando un prezzo salato in termini di morti e distruzioni, Tibilisi non solo ha visto confermata la secessione dell’Ossezia meridionale, ma ha perso anche l’intero territorio dell’Abkhazia.
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