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IL CASO/ Sette motivi per dire no agli affari-killer delle multinazionali Usa sugli embrioni

Gli Usa autorizzano una serie di esperimenti con le cellule staminali embrionali in pazienti affetti da lesioni midollari. Nonostante, spiega PAOLA BINETTI, non vi sia, in questo settore, un solo risultato al mondo che faccia ben sperare

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Che la vita umana abbia un valore straordinario e meriti tutto l’impegno che la scienza può mettere in campo per migliorarne la qualità e renderla più vivibile è un fatto che nessuno si sogna di mettere in discussione. Investire in qualità di vita significa per chi fa ricerca bio-medica prevenire le malattie, intervenire precocemente per limitarne i danni, curare sempre, anche quando non si può guarire in modo definitivo. Da sempre la scienza ha sfidato pregiudizi e luoghi comuni, ha forzato le barriere del conformismo intellettuale per individuare possibilità e prospettive laddove molti credevano che ci fosse posto solo per una rassegnata accettazione della morte.

La passione per la ricerca scientifica è per molti un vero e proprio imperativo categorico, una specie di organizzatore della condotta, a cui sacrificano tempo, energie, interessi personali e a volte anche affetti. Forse non avranno mai la soddisfazione di scoprire quella pietra filosofale che li renderà famosi, ma sanno che il loro contributo può essere prezioso per innescare un cambiamento di rotta, per aprire nuove strade, su cui poi magari saranno altri a fare “la scoperta che conta”. C’è ancora oggi in tutto il mondo un esercito di ricercatori, molto spesso sottopagati, con prospettive di carriera limitate, che pure si ostina ad affrontare giorno per giorno quell’oscuro lavoro di laboratorio, quelle lunghe ore di biblioteca, quel navigare a vista su internet alla ricerca del dato mancante…


Sono mossi dalla speranza e non si rassegnano come fanno coloro che credono che in certi casi e in alcuni campi ormai non ci sia più nulla da fare. La loro umiltà paziente intercetta un’audacia intelligente che riesce a trovare soluzioni generalmente impensabili per la maggioranza delle persone. In definitiva il loro è una grande e continuo atto di fiducia nell’intelligenza umana che pongono al servizio dell’umanità. Dietro l’apparente retorica di queste parole c’è però la dimensione essenziale dell’etica della ricerca che in modo più o meno consapevole connota l’agire della maggioranza degli scienziati. L’intelligenza umana come motore di una ricerca che ha come unico fine il bene comune.

Eppure ogni tanto la macchina si inceppa e la ricerca diventa pigra, ripetitiva, senza quello slancio che la spinge verso sentieri nuovi e coraggiosi. Si innesca una sorta di coazione a ripetere per cui le ricerche diventano tutte scialbamente simili tra di loro; i ricercatori sembrano mossi più dalla necessità di dover giustificare il proprio ruolo che non da una effettiva passione creativa. La pigrizia dell’intelligenza corrompe dal di dentro quello che dovrebbe essere il tesoro prezioso di una ragione al servizio della ricerca. Ma la macchina può incepparsi anche quando il motore che muove l’intelligenza non è più rappresentato dal bene comune, ma da interessi personali di vario tipo: economici, legati alla propria fama e al proprio successo, ecc…

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