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Esteri

IL CASO/ Sette motivi per dire no agli affari-killer delle multinazionali Usa sugli embrioni

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Un soggetto totalmente strumentalizzato, una sorta di novella schiavitù umana, in cui qualcuno si arroga il diritto di stabilire chi deve vivere e chi no, facendo una operazione di maquillage scientifico priva di credibilità, dietro la quale si nascondono più banali operazioni di marketing biologico. Banali, ma con quella banalità del male che a volte può produrre effetti deflagranti proprio per quella sua apparente indifferenza alle due domande chiave per ogni uomo in genere e per un ricercatore in particolare. La domanda sul perché e la domanda sul come, le eterne domande sui fini e sui mezzi, sapendo che c’è un’etica del fine e un’etica dei mezzi e che se il fine non giustifica il mezzo, neppure il mezzo può giustificare il fine.

 

Ecco perché è facile dire un no a tutto campo a questa sperimentazione, senza timore di essere tacciati di crudeltà perché si sottrae ai malati una speranza di migliorare la loro qualità di vita, perché in realtà si tratta di una falsa speranza, contrabbandata per altri fini e altre ragioni, che nulla hanno a che fare con il bene del soggetto. L’embrione smontato in pezzi e il malato con gravi lesioni spinali, secondo la scala di valutazione Asia (American Spinal Injury Association), sono entrambi vittime di una mentalità molto diffusa che, mentre si nutre di uno sfacciato relativismo etico, in realtà persegue esclusivamente obiettivi di natura economica, come bene sa la Geron Corporation.

 

La Geron infatti ha brevettato da alcuni anni un ceppo di cellule staminali embrionali, da lei trattate e indicate con la sigla Grnopc1, derivare dalle cellule progenitrici degli oligodendrociti, ossia delle cellule nervose che avvolgono, come una guaina, i lunghi filamenti che collegano le cellule nervose.  

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