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PROPOSTA/ Frattini: una risoluzione Onu per difendere la libertà religiosa

Pubblicazione:giovedì 26 agosto 2010

Franco Frattini (Foto Imagoeconomica) Franco Frattini (Foto Imagoeconomica)

Pensiamo a una risoluzione non che divide, ma che unisce. Vogliamo fare in modo non solo che sia approvata, ma che diventi un messaggio per tutte le religioni. Abbiamo sempre apprezzato prima Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI per le loro importanti azioni dirette a promuovere un dialogo tra tutte le religioni. Esse hanno il diritto di essere professate in tutti i paesi. Evidentemente questo principio penso possa fare breccia anche in quei paesi dove la religione cristiana è minoritaria.

 

La sentenza europea sul crocifisso nelle aule scolastiche ha sollevato un problema: il confronto (che a volte diventa conflitto) tra diritto interno e diritto comunitario europeo. Come evitare che a uscirne sconfitte siano le identità nazionali?

 

Quello che abbiamo criticato nella sentenza di primo grado della Corte di Strasburgo è aver compiuto un’interferenza inaccettabile nei riguardi dei principi identitari e religiosi di un popolo. Abbiamo detto con grande chiarezza che l’Europa può dettare delle regole, ma esse non possono sottrarre valore alle radici di un popolo. Tempo fa ci siamo battuti perché le radici cristiane entrassero nel Trattato costituzionale europeo, ma non ci siamo riusciti per il veto di alcuni paesi tra cui Francia e Belgio. Oggi vogliamo ribadire che queste radici, che fanno parte dell’identità del nostro paese, non possono essere recise da una sentenza. Un principio che ha trovato l’appoggio di altri dieci paesi (un numero record nella storia dei lavori della Corte di Strasburgo), che hanno deciso di criticare questa sentenza, nonostante ne siano formalmente estranei. Quello che ci unisce è ritenere inaccettabile che una Corte stabilisca che le radici cristiane dell’Italia o di un altro paese debbano essere regolate in modo uniforme a livello europeo.

 

Prima ha citato l’opposizione della Francia alle radici cristiane europee. Pensa che il modello della laicità “alla francese”, lodato per tanto tempo, sia ancora un riferimento?

 

Il principio dello Stato laico è intoccabile, ma affermare la libertà religiosa non vuol dire far diventare lo Stato confessionale, vuol dire riconoscere agli individui il diritto di poter professare liberamente, non solo in privato, il proprio credo. Come abbiamo spiegato all’epoca a Francia e Belgio, non c’è affatto contraddizione tra la laicità dello Stato e le radici cristiane dell’Europa. L’Europa nasce da principi su cui il cristianesimo ha inciso profondamente. Basta pensare alle parole di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Questo è esattamente il principio della divisione tra quello che è laico (cioè lo Stato) e quello che è religioso e che non potrà mai essere governato dallo Stato, perché altrimenti avremmo gli stati teocratici, cioè dove è il governo a dettare i principi religiosi. Questo, francamente, sarebbe la negazione delle libertà.

 

Sempre in Francia ha fatto discutere la recente legge che vieta il velo integrale nei luoghi pubblici. Lei cosa ne pensa?

 

Vi sono almeno tre questioni collegate a questo fatto. In primis il fatto che la manifestazione di un simbolo religioso non può essere punita per legge. Tuttavia, ed è la seconda questione, bisogna tener conto che quando si parla del velo integrale, quello che copre anche il volto, il viso della donna, non siamo di fronte a una libera scelta della donna, ma a un segno della sua sottomissione. Questo è quello che molti teologi ed esperti dell’Islam ci spiegano. Il velo integrale non è quindi il vero simbolo dell’espressione della religione islamica in pubblico.

 

E la terza questione?

 

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