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ATTENTATO IRAN/ Così i conflitti interni rafforzano il fronte degli estremisti

Pubblicazione:giovedì 5 agosto 2010

Mahmoud Ahmadinejad (Foto Ansa) Mahmoud Ahmadinejad (Foto Ansa)

In questo clima di tensione, la settimana scorsa il Presidente siriano Bashir al-Assad e il re saudita Abdullah si erano recati a Beirut, proprio per cercare di sedare le controversie interne, che avrebbero potuto fungere da preludio per una crisi politica libanese e, di conseguenza regionale.

 

Tutto ciò ad alcuni giorni di distanza dagli scontri tra la popolazione locale e due convogli dell’UNIFIL nel Sud del Libano, risolti solo grazie all’intervento delle Forze Armate libanesi. Il concatenarsi di questi eventi ha contribuito alla creazione di nuove tensioni, che hanno sempre visto il Libano al centro dell’attenzione, ma indirettamente si rifacevano sempre al più ampio confronto/scontro tra il governo dello Stato di Israele e l’Iran di Ahmadi-Nejad. Il fallito attentato, o presunto tale, di ieri, potrebbe dunque essere una conseguenza più o meno diretta di questo rinnovato clima di instabilità nella regione mediorientale.

 

Non solo: l’Iran stesso nelle scorse settimane è stato testimone di eventi importanti ai fini dell’analisi della situazione attuale. Prima di tutto, lo scorso 20 giugno è stato giustiziato Abdolmalek Rigi, leader dell’organizzazione di stampo terroristico di matrice sunnita e baluci dello Jundullah, responsabile di diversi attentati contro obiettivi governativi iraniani e accusata dallo stesso governo di Teheran di essere una pedina occidentale e israeliana.

 

A seguito dell’esecuzione di Rigi, il 15 luglio la città di Zahedan, principale centro urbano del Sistan-Balucistan, è stata teatro di un attentato rivolto contro obiettivi sciiti (come già accaduto prima delle elezioni presidenziali del giugno 2009 e, ancora prima, nel 2007, sempre ad opera dello Jundullah), che ha causato la morte di circa 30 persone. L’attentato è stato letto come una vendetta per l’esecuzione di Rigi e, allo stesso tempo, è stato un segnale al governo di Teheran che il dissenso interno, condotto anche tramite tentativi violenti ed atti terroristici, non sarebbe stato estirpato con la condanna a morte del capo dell’organizzazione sunnita.

 

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