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Esteri

GHEDDAFI/ Parsi: La vera realpolitik è capace di valutare guadagni e perdite

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È ovvio che un Paese come l’Italia debba mantenere relazioni il più possibile distese con tutti, a iniziare dai vicini, evidentemente. Uno stato di tensione permanente con questo o quel Paese legato al suo cattivo record sui diritti umani non farebbe altro che eliminare la nostra capacità di avere la benché minima influenza su quella delicata agenda e finirebbe col danneggiare alcuni nostri possibili interessi, magari più prosaici, ma non per questo meno degni di tutela.

 

Se i governi democratici, del resto, volessero mantenere relazioni cordiali solo tra di loro, molto semplicemente dovrebbero rassegnarsi a non avere contatti proficui con la quasi totalità dell’Africa, una buona parte dell’Asia, e qualche importante Paese europeo. Proprio per evitare una simile sciagurata eventualità, le democrazie avvedute graduano il livello di enfasi e calore (oltre che pubblicità) delle loro relazioni anche in base a considerazioni di carattere etico o ideale. Per cui i rapporti tra democrazie occidentali sono sempre di “alleanza, amicizia e condivisione” ed esibiscono un tono e un calore non riservato agli altri.


Una certa riservatezza è gradita in diplomazia, tanto più quando relativa alle relazioni con quei Paesi la cui collaborazione è utile e necessaria, ma da cui ci separano troppe differenze in termini di valori e principi. Una simile prassi non è un esercizio di ipocrisia, ma è ciò che consente di tenere in difficile, precario equilibrio, i principi e le esigenze di realpolitik: non abdicando ai primi e non rinunciando alle seconde. Ma nulla di questo legittima il circo romano dei giorni scorsi. E sostenere che tutto ciò aiuterebbe l’Italia “a svolgere un ruolo guida nei rapporti euro mediterranei” è pura follia. Spettacoli simili, semmai, minano la nostra credibilità e il nostro prestigio internazionali, già peraltro tutt’altro che solidi, e non certo da ieri, ma da decenni.

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