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IL CASO/ 2. Divorzio all'inglese: chi "rompe" fa felice lo Stato

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A queste spese private fanno riscontro gli oneri a carico dei contribuenti: secondo un’indagine condotta dall’Eurispes e presentata nel 2009, lo Stato negli anni tra il 2006 e il 2007 ha affrontato per procedimenti di separazione, divorzio e volontaria giurisdizione, sia consensuali che giudiziali, un costo complessivo di circa 440 milioni di euro, che rappresenta più del 16% del budget della giustizia civile.

 

Nell’anno 2006, circa trentamila sono stati i minori coinvolti dalla separazione dei genitori: il sostegno dei minori in stato di bisogno affidati a un genitore separato rientra tra gli obiettivi perseguiti dal Fondo Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, istituito con la legge 285 del ’97 promossa da Livia Turco: anche in questo caso si tratta di costi che incidono sul bilancio dello Stato, trattandosi di misure afferenti al welfare nazionale.

 

L’idea che a tutto questo si possa porre rimedio trasportando i costi impliciti su un piano esplicito, e attribuendoli ai soli interessati invece che a tutta la popolazione, può sembrare semplicistica. Semplice è invece l’assunzione che sta alla sua base, nella migliore tradizione del liberalismo britannico: la rottura di un legame personale e sociale come quello del matrimonio è un evento doloroso, ma non inevitabile; e lo Stato non è tenuto a farsene carico, se può evitarlo.  

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