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TUNISIA/ Ecco come l’Italia può aiutare una "rivoluzione" moderata

L'incendio di un supermarket a Tunisi L'incendio di un supermarket a Tunisi

Prima quindi di compiacerci per la fine di una semi-dittatura, in una parte del mondo dove la democrazia non è purtroppo la norma bensì l’eccezione, assicuriamoci che il futuro politico prossimo di un Paese tra l’altro a noi così vicino sia migliore e non peggiore del suo passato prossimo. Geograficamente, come si sa, la Tunisia ci è vicinissima, essendo tra l’altro luogo di transito dei gasdotti e degli oleodotti che collegano l’Italia all’Algeria, uno nostri principali fornitori di idrocarburi, ed essendo anche sede di numerosi stabilimenti e imprese di  proprietà italiana. Dal punto di vista della ricchezza invece siamo lontanissimi: ai nostri quasi 32 mila dollari annui di reddito medio pro capite corrispondono in Tunisia meno di 3500 dollari. Anche prima, anche dopo e al di là della crisi in atto in questi giorni, un così grande squilibrio dovrebbe preoccuparci e indurci a una politica di ben più attivo sostegno allo sviluppo di questo Paese come anche della vicina Algeria. Nell’epoca della globalizzazione in cui ormai viviamo, una così grande prossimità geografica combinata con un così forte divario di livello economico è obiettivamente una bomba innescata che sarebbe meglio disinnescare pacificamente per tempo.
 
Ben Alì faceva una politica apertamente filo-occidentale, peraltro largamente condivisa soprattutto nelle città e nelle regioni più sviluppate, e in modo specifico da un nascente ceto imprenditoriale che è una delle  grandi risorse del paese. Il fatto però che la crisi sia stata provocata da violente manifestazioni di protesta contro l’aumento del prezzo di beni come il pane, la farina e l’olio la dice lunga sul tenore di vita delle masse popolari tunisine. C’è ovviamente da augurarsi e da adoperarsi perché la transizione da Ben Alì  al dopo Ben Alì non sia catastrofica. Se ciò sarà, come si deve sperare, sarebbe tuttavia un errore accontentarsi solo di questo. In Tunisia (come anche in Algeria) il nostro Paese dovrebbe investire molto di più per aiutare il Maghreb a divenire, con comune vantaggio, un’area non solo di decentramento industriale per aziende che stanno sui mercati dell’Unione europea bensì anche e sempre più di produzione manifatturiera a basso costo di beni di qualità proponibile a mercati dell’emisfero Sud e in primo luogo dell’Africa sud-sahariana.
 

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COMMENTI
17/01/2011 - Tunisia, difficile transizione (Gianni Pettinari)

Sono un dirigente di un'azienda privata che ha investito molto nel Paese Tunisia e che crede si possa continuare a farlo. Credo che come Italiani possiamo aiutare la "rivoluzione moderata" innanzi tutto favorendo la diffusione anche in questo paese della cultura del dialogo e della legalita'. "Culture" sotto molti aspetti in netto calo nel nostro stesso Paese ma fondamentali per il progresso come per la transizione che auguriamo ai nostri vicini Tunisini. Insieme alla diffusione culturale servono finanziamenti e infrastrutture. Solo due esempi concreti : non e' possibile che l'installazione di una nuova fabbrica, l'investimento in innovazione, nuove tecniche produttive.... sia tutto sulle spalle della singola impresa privata. Secondo, non e' possibile che se si dobbiamo andare da Bari a Tunisi dobbiamo volare da Bari a Malpensa e poi da Malpensa a Tunisi. Aiutare una "transizione moderata" vuol dire anche favorire il superamento di queste difficolta' che le aziende incontrano tutti i giorni. Grazie per l'attenzione, saluti