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LETTERA DA MOSCA/ Chi salverà ora la "mia" Russia, gigante depresso senza più domande?

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Fiori deposti all'aerporto di Mosca (Foto Ansa)  Fiori deposti all'aerporto di Mosca (Foto Ansa)

Nella massa di interventi, reazioni, esternazioni seguite a quest’ennesima tragedia, mi ha colpito (nell’analisi di una politologa, Svetlana Babaeva), il suo ricondurre l’orrore della strage di lunedì a un fenomeno generalizzato, una sorta di «orrore quotidiano»: «Questa è la vita: e tra qualche giorno per la maggioranza essa rientrerà nei binari di sempre, la tragedia diventerà l’ennesima macchia fosca nella memoria. Il paese è in preda all’angoscia e alla depressione, che si percepiscono letteralmente in tutte le sfere, anche se si esprimono in maniere diverse. Negli uni l’angoscia assume la forma di evasioni culturali senza capo né coda, in altri di un cupo pessimismo che fa cascare la braccia, in altri ancora si trasforma in rabbia e aggressività. Si è perso il senso di qualunque iniziativa. E questa perdita è evidente, una perdita crudele e tangibile. Non si muove niente, tutto resta dov’è, e se questo cinque anni fa rallegrava, oggi suscita una cupa esasperazione. La mancanza di senso è la risposta diretta alla domanda sui risultati. Non se ne vedono. La gente non li vede da nessuna parte. E prima o poi si fa la domanda: perché fare degli sforzi, se tanto non cambia niente? Non è solo una stagnazione, peggio, è il putrefarsi di quello che abbiamo tra le mani. Perché la vita non è una cosa statica, è continuamente in movimento. Verso il meglio oppure verso il peggio». 

 

Insomma, la sfida del terrorismo porta allo scoperto un malessere che cova da tempo nella società russa. Potremmo anche chiamarlo «calo del desiderio» perché le «aspettative non si sono realizzate, non hanno trovato un oggetto all’altezza delle proprie esigenze». Ma quali aspettative?



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