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EGITTO/ Il massacro dei cristiani svela il doppio gioco del governo

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La crisi politica è evidentemente irrefrenabile e riaprirà profondamente i giochi elettorali (le prime elezioni per la camera bassa sono previste già per fine novembre). Il suo aspetto più pericoloso, tuttavia, sta nel fatto che essa potrebbe inaugurare una nuova fase d’odio interconfessionale tra cristiani e musulmani. La grande scommessa su cui i militari hanno, per giunta, puntato negli ultimi mesi per consolidare la loro legittimità politica è stata la capacità esclusiva di ripristinare e garantire la sicurezza nel paese, notevolmente ridottasi dopo la dimissione di Hosni Mubarak.

Ma la risposta sanguinosa che proprio l’esercito ha dato domenica scorsa nel corso della manifestazione copta, rompendo peraltro, per la prima volta dal 25 gennaio scorso, il tabù della risposta armata contro il popolo, ha ribaltato, forse imprevedibilmente, la posta in gioco. Se il paese venisse risucchiato nella spirale di un odio interconfessionale, facendo riemergere gli estremisti più violenti, la scommessa della stabilità fallirebbe clamorosamente per i militari. E la corsa al potere, anche in vista delle imminenti chiamate alle urne, potrebbe facilmente tramutarsi in un’escalation di rivendicazioni e violenze. E questo non farebbe sfumare soltanto un’ambizione politica, ma manderebbe all’aria un paese intero.

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