BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

CORNO D'AFRICA/ Leo (Avsi): così si vive a Dadaab, dove i medici di Msf sono stati rapiti

Foto (Ansa)Foto (Ansa)

In mattinata, prima della partenza, ho partecipato a un incontro dei responsabili delle Ong che stanno lavorando a Dadaab. In questi ultimi tre mesi sono sicuramente triplicate. Si è parlato della futura apertura di un nuovo campo (nome “Kambioos”) per poter accogliere in qualche modo i nuovi arrivati. Ma il governo del Kenya non ha ancora dato il permesso. Aspettiamo per iniziare a lavorarci. Poi installeremo nuove tende per i nuovi rifugiati, latrine, pozzi dell’acqua e tutte quelle cose che magari sembrano banali, “piccolezze”, ma che cambiano la vita. Eccome. Intanto, sono già 2.000 le famiglie che hanno cominciato a stabilirsi lì. In queste situazioni si vorrebbero reazioni e risposte immediate. Ma bisogna avere anche pazienza. Anche se, a volte, averla è difficile.

Poi, finalmente ho visto l’enorme “città” dall’alto. L’aereo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha appena lasciato il piccolo aeroporto di Dadaab in direzione di Nairobi. L’aereo fa una virata inaspettata, sembra quasi che voglia tornare indietro. A volte, anche per motivi tecnici, succede. Ma questa volta è diverso: qualcuno dei presenti a bordo deve aver chiesto di poter sorvolare i campi rifugiati per poter fare delle riprese. È la prima volta che mi capita di vedere i campi dall’alto. Se non fosse stato per questa virata probabilmente sarebbe stato come al solito: ci si lascia alle spalle qualcosa la cui dimensione non te la immagini nelle sue proporzioni reali. Ora è davanti a me. Una sterminata distesa di tende bianche che si perde all’orizzonte. Mai vista una cosa così! Ecco dove sono i 1.500 rifugiati che, ogni giorno, dai primi di giugno, hanno cominciato ad affluire in continuazione dalla vicina Somalia stravolti dalla siccità, dalla fame e dalla paura. Stando accanto a queste persone tutti i giorni, anche se pochi dei nostri operatori capiscono l’arabo o il somalo, si riesce a instaurare un linguaggio che tutte queste donne e questi uomini sanno comprendere, e molto bene. È il linguaggio del cuore. Un cuore che desidera libertà, amore, giustizia e bellezza.

 

 (Leo Capobianco)

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
14/10/2011 - La parola porta speranza (claudia mazzola)

Il bello di queste persone di Avsi è che non ridanno speranza solo alla gente del Corno d'Africa ma anche a noi che qui leggiamo la loro testimonianza. Grazie di cuore.