BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Caro Mohammed, hai ucciso Gheddafi ma che sarà della tua vita?

Il ragazzino con la pistola d'oro che ha ucciso il dittatore Gheddafi. MONICA MONDO riflette sulla fine miserevole di quello che è stato uno degli uomini più potenti del mondo

Il ragazzo che ha ucciso Gheddafi (foto Ansa) Il ragazzo che ha ucciso Gheddafi (foto Ansa)

Il ragazzo con la pistola potrebbe venire da qualsiasi parte del sud del mondo, con i lunghi capelli neri, il berrettino in testa, quella maglietta sbarazzina col cuore ferito da una freccia. Chissà se gliel’ha regalata la morosa. E’ giovane, ha una di quelle facce che si direbbero pulite, sembra aver vinto al tirassegno del luna park. E’ lui che ha appena sparato a Gheddafi, il dittatore, il raìs, il terrore del Maghreb per decenni, il topo braccato, come Saddam, in una buca di cemento alla periferia della sua Sirte. Il ragazzo sorride, si fa fotografare con in pugno una pistola dorata, come se l’avesse comprata apposta per la grande occasione, i compagni più anziani lo prendono in spalla, lo portano in trionfo. Chissà se gli daranno un posto nel nuovo esercito dei ribelli, o se tornerà a fare il beduino; se gli permetteranno di rilasciare interviste, e diventerà così un eroe nazionale. Il diciottenne che ha ucciso Gheddafi. Un ruolo da protagonista in un film. Ha la faccia, come si dice. E pensare che ci avevano provato in tanti, servizi segreti di diversi paesi, raid aerei di coalizioni semimondiali, guerriglieri e mercenari. Tutti gli organismi internazionali, costosissimi, pesantissimi, inutili, seduti a tavoli e tavoli a elaborare strategie per la cattura, e poi, che farne, un tribunale internazionale, no, consegniamolo ai libici, carcere, pena capitale, eccetera. 

Chi ci ha creduto? Sapevamo bene che sarebbe finito ammazzato per terra, nella polvere, mentre ostentava sicurezza e intimava ai fedelissimi di cacciare i topi stranieri dal suolo libico. Sapevamo bene che ci avrebbero provato, a  dire che era stato ferito mortalmente in un attacco di guerra. Ma che avrebbero fatto a gara per farsi fotografare accanto al cadavere sanguinolento, la faccia spiaccicata nell’obiettivo, per raccattare quel po’ di gloria prima che nuovi rais locali o eserciti di liberazione si appropriassero dell’evento. Bastava un ragazzo, dopo tanti morti, dopo tante cacce all’uomo.  Finiscono così, da sempre, i tiranni. Sic transit gloria mundi, hanno chiosato i presidenti alleati, il nostro in testa, quelli che con Gheddafi, da decenni, ci facevano i banchetti, che lo omaggiavano di doni e fanciulle nelle tende allestite nel cuore delle più belle capitali europee.

Quelli che, meno spudoratamente, ma in modo più infido, hanno cominciato a disprezzarlo quando contava meno, quando era sul far del tramonto, e ora tentano di occultare le prove di scambi fruttuosi di denaro e di soldi, di operazioni militari ce di rappresaglie, più comode da imputare al cattivo di turno. Bene, scusate se ci commuove, quel volto deturpato che tutte le agenzie, le televisioni, i giornali sbattono in prima pagina, che inquieta i nostri bambini. Ci vergogniamo un po’, davanti a loro, perché non vale dire che era l’uomo nero, che era fatale, doveva finire così. Era un uomo, e da piazzale Loreto sono passati 56 anni.  


COMMENTI
22/10/2011 - Condivido. (Francesco Amodeo)

Condivido la sua analisi,e mi complimento per l'articolo.