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ARGENTINA/ La "paura" che ha portato alla vittoria Cristina Kirchner

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Cristina Kirchner, foto Ansa  Cristina Kirchner, foto Ansa

Risultato quasi scontato e largamente preannunciato quello di Cristina Fernandez de Kirchner: tremendamente simile a quello che nel 1995 riconfermò il discusso Carlos Menem alla presidenza dell’Argentina. Se in quel fatidico anno il grande alleato del discusso uomo politico fu la paura di un elettorato che, con la dollarizazzione del sistema economico, aveva acquisito beni di consumo attraverso crediti bancari che un eventuale ed inevitabile cambio politico  avrebbe appesantito, attualmente questo sentimento può essere fotografato  con la situazione di un Paese che, per le sue grandi ricchezze e la scarsità di popolazione, dovrebbe avere un reddito pro capite degno di un Emirato e invece, dopo la flebile illusione di una ripresa a due cifre succedutasi ai clamorosi eventi del Dicembre 2001, versa da anni in una crisi dovuta alla sostanziale mancanza di sviluppo ed uno statalismo aberrante che ha in pratica “imposto” il voto a settori notevoli della popolazione.
Per capire la questione occorre fare un salto indietro negli anni e arrivare al fatidico Dicembre del 2001 quando la bolla economica creata dal Menemismo e avente come padre il Ministro dell’economia Domingo Cavallo esplose, gettando il Paese sul lastrico . Lo Stato va in default, le banche saltano, i depositi in dollari vengono in pratica confiscati ed esplode una rivolta sociale di proporzioni talmente gigantesche da costringere non solo l’allora Presidente De la Rua (che nell’arco del suo mandato si era già mostrato incapace di gestire un Paese) alle dimissioni ma ad aggregarsi a tale decisione sono, nell’arco di appena due settimane, anche i suoi  4 successori , fino ad arrivare alla Presidenza ad interim di Eduardo Duhalde e a elezioni.
La speranza che si aprì non solo nel cuore degli Argentini fu quella di un cambio radicale a livello politico e istituzionale... cosa che ovviamente naufragò per la sostanziale mancanza di un modello che subentrasse al sistema in atto.
Fu così che la tornata elettorale venne vinta dal peronista Nestor Kirchner ma il risultato si ottenne anche per la rinuncia alla candidatura da parte dell’ex presidente Carlos Menem che, nonostante fosse l’artefice del crollo del Paese, non essendo la bolla scoppiata nelle sue mani e ricordando moltissimi Argentini l’epoca del dollaro facile, veniva visto da ampi settori della popolazione come un eventuale salvatore della Patria.
La politica kirchnerista si basò in primis sul ripianamento del debito con il Fondo Monetario Internazionale e sullo sfruttamento della congiuntura economica , già iniziato nel 2002 che, grazie al tasso di cambio divenuto più flessibile e decisamente favorevole, un controllo sulle importazioni con conseguente ripresa industriale e un forte sconto sul debito obbligazionario ( pari a circa il 75% del valore dei tristemente famosi “tango bond”, oggetto di feroci critiche dall’estero ) permise all’Argentina una crescita a due cifre degna di una “tigre asiatica”.


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