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TUNISIA/ Le due incognite che mettono alla prova la democrazia della Rinascita

Al-Nahda ha vinto le elezioni in Tunisia con il 40 per cento dei consensi. Quali sono le sfide che attendono ora il partito di Gannouchi? Il commento post-voto di MARINA CALCULLI

Foto Ansa Foto Ansa

Dopo quasi un anno dalla capitolazione di Ben Ali il test delle elezioni libere e democratiche per la Tunisia è arrivato. Il paese che ha lanciato l’onda della cosiddetta Primavera araba è stato anche il primo ad iniziare la sua pars construens, solo e obbligato passaggio in grado di nobilitare davvero la lunga e travagliata pars destruens cui abbiamo assistito nei mesi successivi al crollo dell’ancien régime. Perché la cosiddetta “transizione democratica” possa davvero essere benedetta, dopo essere stata tanto agognata, ce lo dirà, infatti, il periodo che da oggi si apre per la Tunisia, la fase più difficile che, dopo la distruzione del vecchio ordine e l’instaurazione di un equilibrio di aspirazione democratica, dovrà consolidare la transizione, renderla solida e difficilmente sovvertibile. 

La partecipazione di oltre il 90 per cento della popolazione alle elezioni svoltesi il 24 ottobre, l’assicurazione da parte degli osservatori internazionali sul fatto che lo spoglio si sia svolto in maniera corretta (per la votazione si era, inoltre, adottato il metodo del dito intinto nell’inchiostro proprio per evitare voti doppi, errori e consequenziale annullamento di molte schede, come succedeva nei tempi di Ben Ali), la cooperazione degli attori politici, di quelli mediatici e dei militari sono segnali di un’orgogliosa e sacrosantamente legittima ostentazione della capacità di cambiare.

Le elezioni in Tunisia rappresentano una lezione importante per noi occidentali che – troppo presto forse rispetto al minimo sindacale del tempo necessario a riorganizzare paesi reduci da diversi decenni di dittatura – da tempo avevamo già cominciato a parlare di “rivoluzioni mancate” o “rivoluzioni abortite”. Il futuro di molti paesi che hanno tirato giù il dittatore dal piedistallo del potere è senza ombra di dubbio incerto e la presenza di attori minacciosi per un vero e completo passaggio alla democrazia (come la persistente presenza sulla scena politica dei militari in Egitto), rende gli scenari futuri molto aperti. 

La chiamata alle urne tunisine, svoltasi in modo limpido e soprattutto pacifico, tuttavia, non può non lasciarci stupiti di fronte alla bravura con cui questi neofiti della democrazia hanno saputo rapidamente dar prova di buon utilizzo dei suoi strumenti. Che poi il partito vincitore di queste elezioni non ci piaccia questo è invece un altro discorso. E’, d’altra parte, da sempre l’enigma della democrazia lo scontro tra il principio della libera espressione del popolo nella scelta dei suoi rappresentanti e il rischio che a venire democraticamente eletti siano attori dalle aspirazioni non propriamente democratiche. Ma questa è anche, ad essere onesti, la nostra visione dell’Islam. L’idea recondita e culturalista che l’Islam sia incompatibile con la democrazia, dimenticando che un esempio di questa congiuntura, controverso ma pur sempre effettivo, esiste già nel mondo ed è rappresentata dalla Turchia di Erdogan.