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EGITTO/ Il gioco pericoloso che usa i cristiani copti e guarda all'Algeria

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Eppure, durante le manifestazioni di piazza Tahrir tutto sembrava filare liscio; anzi, come in quel non troppo lontano “febbraio libanese” quando cristiani e musulmani marciavano insieme nella Piazza dei Martiri al grido di “Siria fuori”, anche qui si gridava a gran voce che la rivolta “non è musulmana e appartiene ugualmente ai musulmani e ai cristiani, agli uomini ed alle donne”. Giovani musulmani stringevano la mano a giovani cristiani, mentre sfilavano con una croce in una mano e un Corano nell’altra, in un nuovo clima di coesione religiosa. Chissà se anche in Egitto la magia è destinata a svanire in breve tempo, così come è accaduto nel Paese dei cedri.

Nelle violenze di venti giorni fa sembra esserci, secondo molti, un disegno più ampio: esse sarebbero state in qualche modo “telecomandate” dall’esercito, attore importante, seppur sopito, dell’Egitto di Mubarak, apparentemente vicino ai manifestanti durante le rivolte, che però, ora, sembra voler tornare ad avere un ruolo di primo piano nel futuro del Paese. Sono molti gli osservatori egiziani che vedono nei recenti disordini un chiaro tentativo dell’esercito di impossessarsi di nuovo del potere. I militari, individuando come responsabili dei disordini non “i manifestanti”, bensì “i copti”, hanno fornito un capro espiatorio ben definito contro cui fomentare il risentimento di tutti coloro che, stanchi delle rivolte e delle violenze, si stanno impegnando nella fattiva ricostruzione sociale e politica del Paese. L’equazione a questo punto è semplice: un Paese diviso e insicuro ha paura e un Paese che ha paura ha bisogno di un esercito forte e, se necessario, violento.

C’è da chiedersi, però, con un ruolo dei militari così concepito, quale sarà il modello di Stato che nascerà dopo le elezioni. Volendo fare dei paragoni, per quanto spesso azzardati, il rischio è quello di riproporre un sistema in cui i militari costituiscono una vera e propria autorità al potere, un’autorità superiore a quella popolare e quindi inattaccabile e incontestabile, un sistema, se vogliamo, simile a quello algerino e distante anni luce dal tanto agognato “modello turco”, con uno Stato a guida civile nel quale il ruolo dell’esercito è limitato a quello di garante e protettore della stabilità.

A ciò si aggiunga che i manifestanti difficilmente lasceranno che la svolta raggiunta, o quantomeno intrapresa, nei giorni di piazza Tharir si areni contro il rinvigorito potere dell’esercito e continueranno a combattere in maniera ancora più intensa, con il rischio di un’escalation di violenze senza precedenti.



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