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TUNISIA/ I risultati ufficiali delle elezioni. Vince il partito islamico col 41,47%

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Dopo le proteste violente di questa notte, in seguito alla cancellazione del partito Petition Populaire in sei circoscrizioni, sembra essere tornata la calma in Tunisia. Tutto ha avuto inizio a Sidi Bouzid, centro in cui si è dato fuoco alla sede di Ennandha, la formazione uscita vincente dalle prime consultazioni democratiche dopo la cacciata di Ben Alì. Il municipio della città e il governatorato sono stati saccheggiati. Poi, la protesta si è estesa ad altri centri vicini. Di fronte alla sede del partito sono state lanciate delle pietre, mentre sono state infrante pietre e finestre. Si è trattato di circa 2mila manifestanti, per lo più giovani che, tra le altre cose, hanno dato fuoco a numerosi copertoni per la strada principale. Oltre che dalla cancellazione, le proteste hanno avuto origine dalle parole del numero due del partito vincente, Hammadi Djebali che, nel corso di un’intervista, aveva definito ignoranti chi aveva votato Petition Populaire. A circa cinquanta chilometri di distanza dalla cittadina, a Regueb, nel corso di un’analoga manifestazione, pare che sia stato esplosi anche un colpo di arma da fuoco, a quanto hanno riferito alcuni testimoni.

Hachmi Hamdi, controverso miliardario a capo della formazione, accusato, tra le altre cose, di aver candidato persone che, un tempo, facevano parte del partito di Ben Alì, ha fatto sapere che  ritirerà i propri deputati dall’assemblea costituente per protestare contro la decisione di cancellare la sua formazione. D’altro canto, Hamadi Jebali, capo della formazione vincente, ha fatto sapere che non si alleerà mai con Petition Populaire. Ha, inoltre, fatto sapere che al momento la priorità è quella di redigere la Carta fondamentale del Paese. Per farlo, tuttavia, ha fatto sapere che non sarà possibile prescindere ad un appoggio di tutti i partiti e da chi li rappresenta. In merito ai timori più volte espressi dalla Comunità internazionale sui rischi di una deriva fondamentalista, il numero due di Ennahda, in ogni caso ha garantito che nessuno ha intenzione di «imporre una Costituzione che abroga alcune libertà come la libertà di credo, le libertà individuali, la condizione giuridica della donna e il suo posto nella società». Intanto, le elezioni del 23 ottobre vedono un risultato ufficiale. 

 


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