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PAKISTAN/ Bhatti: la mia difficile battaglia contro il fondamentalismo islamico

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Sostenitori di Qadri, l'assassino di Salman Taseer  Sostenitori di Qadri, l'assassino di Salman Taseer

Lo devo ammettere, su questo argomento mi sento fortemente combattuto. Se l’omicidio fosse avvenuto in Italia, non avrei alcun dubbio nel chiedere l’ergastolo e non la pena di morte. Ma conoscendo la realtà del Pakistan, ritengo che il segnale che deve dare la magistratura sia diverso. L’omicidio infatti è avvenuto all’interno di un contesto sociale e di una mentalità che approva l’operato di chi uccide in nome della religione. 

 

Un uomo fuori dal tribunale portava un cartello: “Punendo Mumtaz Qadri, darete vita a mille Mumtaz Qadri”. Accadrà davvero così?

 

Questi slogan in Pakistan sono abbastanza comuni, ma per me sono del tutto insignificanti. Noi non dobbiamo temere ciò che pensa la gente e le loro minacce, ma dobbiamo curarci soltanto di applicare in modo corretto le nostre leggi. Per il nostro Codice penale, di fronte a un caso di questo tipo il Tribunale non può che esprimersi come ha fatto il giudice Sharin. E' giusto però discutere se per il futuro del Pakistan vogliamo o meno la pena di morte.

 

Lei quale condanna auspica per gli assassini di suo fratello Shahbaz?

 

Il punto vero è che dietro agli esecutori materiali dell’omicidio di mio fratello ci sono una mentalità e un’organizzazione. Tutto ciò che voglio quindi è sapere perché quelle persone odiavano mio fratello, e che cosa aveva fatto Shahbaz per inimicarsele. Ovviamente non mi riferisco ai killer, ma ai loro mandanti. Dalle indagini risulta infatti che chi ha premuto il grilletto sono stati dei killer prezzolati, persone così ignoranti che forse non si rendono nemmeno conto di quello che hanno compiuto. A me non importa che loro siano condannati, il mio obiettivo è scoprire qual è l’organizzazione che li ha usati. Io voglio giustizia nel senso che desidero che siano scoperti i mandanti.

 

E’ possibile il perdono nei loro confronti?



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