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PAKISTAN/ Bhatti: la mia difficile battaglia contro il fondamentalismo islamico

PAUL JACOB BHATTI, fratello del ministro cattolico ucciso dai fondamentalisti, racconta la sua difficile battaglia alla luce dell'ultima sentenza del Tribunale anti-terrorismo del Pakistan

Sostenitori di Qadri, l'assassino di Salman Taseer Sostenitori di Qadri, l'assassino di Salman Taseer

Paul Jacob Bhatti, fratello del ministro per le Minoranze religiose crivellato il 2 marzo scorso da alcuni sicari, interviene sulla sentenza del Tribunale anti-terrorismo del Pakistan che ha condannato a morte Mumtaz Qadri, l'assassino del governatore Salman Taseer che aveva preso le difese di Asia Bibi. Bhatti racconta a Ilsussidiario.net perché ha deciso di opporsi ai fondamentalisti islamici che tengono in scacco il Paese. E anche sulle persone che hanno ucciso suo fratello osserva: “Non mi importa che siano puniti gli esecutori materiali, quello che voglio è poter guardare negli occhi i loro mandanti”.

La condanna a morte di Qadri sta facendo discutere. Lei che cosa ne pensa in quanto cristiano?

Per motivi di sicurezza il verdetto è stato comunicato a porte chiuse, perché c’era il forte rischio di attentati. Il giudice ha dichiarato che, a prescindere da quale sia il suo movente, nessuna persona può sostituirsi alla legge e farsi giustizia da sola. Questa condanna quindi, seppure disdicevole, può essere un segnale per tutti.

Ma per favorire la riconciliazione tra musulmani e cristiani, non sarebbe meglio trasformare la pena di morte in ergastolo?

Sono vissuto per molti anni nell’Unione europea, e se mi chiede un parere personale sulla pena di morte le dirò che sono contrario, anzi che ritengo che non dovrebbe esistere affatto. Dobbiamo però tenere conto del fatto che in Pakistan basta un cambiamento a livello politico, perché gli assassini di Taseer siano scarcerati senza problemi. E questo dopo avere inflitto alla nazione una grave perdita, in quanto il governatore del Punjab era un uomo di grandissimo spessore, che lavorava per il bene delle persone, per i diritti delle minoranze e per il progresso del suo Paese. Non dimentichiamoci inoltre che di recente anche il figlio di Taseer è stato rapito dalle stesse persone che ne hanno ucciso il padre. Per tutte queste motivazioni, la sentenza contro i suoi assassini è destinata a essere di esempio per l’intera comunità pakistana.

Non può essere di esempio anche una condanna al carcere?