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USA/ Legge anti-Cina: il Senato rimanda la votazione

La votazione su una bozza di legge – la cosiddetta “anti-Cina”-  per introdurre nuove tariffe sull’importazione di prodotti cinesi è stata rinviata dal Senato americano

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Una bozza di legge – la cosiddetta “anti-Cina” per introdurre nuove tariffe sull’importazione di prodotti cinesi è stata rinviata dal Senato americano, che ha deciso di rimandarne la votazione. La decisone è stata assunta dopo aspri dibattimenti tra repubblicani e democratici che, alla fine, data la palpabile frustrazione, hanno deciso di tornare sulla questione martedì prossimo. Sulla questione Pechino no ha mancato di far sentire, nei giorni scorsi la propria voce, facendo presente che il provvedimento non potrà sortire altro effetto se non quello di deteriorare le relazione politiche e commerciali tra i due Paesi. La bozza è condivisa, nello spirito, da entrambi gli schieramenti. Obiettivo delle misure che sarebbero introdotte, colpire tutte le valute straniere che vengono scambiate ad un valore inferiore al reale.

Non a caso, lo stesso Barack Obama aveva attaccato esplicitamente il gigante asiatico, sostenendo che manipola la propria valuta e «fa giochetti» con il sistema di scambi commerciali. Nella sua prima conferenza stampa da luglio, il presidente americano si è detto convinto del fatto che la Cina stia traendo vantaggio della debolezza degli altri Paesi e che stia giovando senza rispettare le regole del mercato mondiale. Svalutando la propria moneta la Cina avrebbe fatto in modi di rendere le proprie esportazioni più economiche, al contrario di quelle americane che risulterebbero più care. Si tratta di un accusa che Washington muove alla Cina ormai da alcuni anni, e che in questi giorni sta portando a un culmine di tensione. Secondo Pechino, l’eventuale mossa degli Stati Uniti provocherebbe danni a livello mondiale, mettendo, addirittura, a repentaglio i comuni tentativi di uscire dalla crisi mondiale ristabilendo la crescita economica globale. Anche la Banca Centrale di Pechino si è fatta sentire, affidando ad una nota la sua presa di posizione: «non solo non risolverà i problemi dell’economia statunitense, ma potrebbe gravemente influenzare l’intero processo con cui la Cina sta riformando il proprio meccanismo di tasso di cambio, e potrebbe anche condurre a una guerra commerciale alla quale non vogliamo assistere».