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SIRIA/ Tutte le mosse della Turchia e dei "fratelli" arabi per far saltare Assad

A otto mesi dalle prime manifestazioni anti regime nella città di Deraa, lo scenario siriano potrebbe sembrare identico. In realtà molto è cambiato. L’analisi di MARINA CALCULLI

Buhran Ghalioun, alla guida del Cns (immagine d'archivio) Buhran Ghalioun, alla guida del Cns (immagine d'archivio)

E’ difficile prevedere quello che succederà in Siria nel breve come nel lungo periodo, ma il complesso delle dinamiche interne ed esterne che in questi otto mesi di rivoluzione si sono susseguite sembra un rebus cui manca una lettera. 

Per comprendere l’evoluzione della parabola siriana cerchiamo di ripercorrere gli eventi dall’inizio. 

Quando le manifestazioni esplosero nella città di Deraa il 15 marzo 2011, per poi propagarsi in tutto il paese, il quadro che nell’arco di poche settimane si era delineato era quello di un regime forte, con il supporto interno dell’esercito – braccio della violentissima repressione che secondo l’Onu ha provocato fino ad ora oltre 3.500 morti – e un discreto e ufficioso supporto esterno. Bashar al-Assad sembrava, infatti, indispensabile all’equilibrio dell’intero Medio oriente: lo pensava la Turchia, allora ancora alleata di Damasco, lo pensava l’Iran, tuttora principale sostenitore di Damasco (seppur con un calando di entusiasmo negli ultimi tempi di fronte all’interesse sempre più impercettibile del mantenere ancora in vita un’alleanza con un attore ostracizzato da tutti); lo pensava Israele, che vedeva la sua fetta di confine con la Siria – le tanto contese alture del Golan – al sicuro sotto l’egida di Bashar: un can che abbaia tanto ma che, in fondo, non morde; lo pensava anche l’America, troppo vicina agli interessi di Turchia e Israele per chiamare precocemente ad una transizione democratica; lo pensavano, infine, anche i paesi arabi, per i quali la Siria è storicamente “al-rakam al-saabi fi al-mawdooaa” (il numero difficile dell’equazione): una pedina fastidiosa ma, tuttavia, troppo rischiosa da rimuovere. 

Dal suo canto il regime di Assad continuava a reprimere le proteste, gridando ad un complotto di “bande armate provenienti dall’estero per destabilizzare il paese”.  Bloccava l’ingresso ai giornalisti e alle missioni umanitarie e, recalcitrante ad ogni tipo di collaborazione offertagli dall’esterno, cominciava a costruirsi il suo isolamento internazionale. Dall’interno del paese le notizie filtravano attraverso dissidenti o attivisti che riuscivano a passare informazioni – impossibili da controllare – diffuse poi alle agenzie prevalentemente dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (che ha sede a Londra). 

Il risultato fu che al principio di agosto, dopo 5 mesi di proteste e repressione, la Turchia prima e gli Stati Uniti poi chiedevano a Bashar di dare le dimissioni e farsi da parte. I paesi arabi del Golfo Persico, vicino agli Usa, più moderatamente ritiravano l’ambasciatore definendo “inaccettabile” il modo in cui Damasco aveva risposto alle proteste. Bizzarre le parole del re saudita che aveva appena mandato le sue truppe a pestare i manifestanti in Bahrein contro la monarchia di al-Khalifa vicina alla casa di al-Saud. Ma questa, si sa, è realpolitik.