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EGITTO CAOS/ I militari tradiscono e Piazza Tahrir diventa "simbolo" di repressione

Pubblicazione:lunedì 21 novembre 2011 - Ultimo aggiornamento:lunedì 21 novembre 2011, 9.43

Foto Ansa Foto Ansa

Le minoranze cristiane hanno seguito le primavere arabe con molta preoccupazione. In Egitto, i copti sono stati vittime di attacchi, mentre in Siria temono che la caduta del regime, che bene o male garantiva un minino di protezione, possa determinare un ulteriore acuirsi delle violenze nei loro confronti. Del resto, in fasi come queste, la religione viene utilizzata per creare divisioni, e determinare tensioni che innescano altre violenze.

Laddove la situazione dovesse definitivamente deflagrare, è possibile che l’Occidente decida di intervenire militarmente?

E’ intervenuto di recente in Libia, e sappiamo con quante difficoltà. Nonostante le operazioni avrebbero dovuto rivelarsi meno complicate che altrove, dal momento che al potere non c’era un regime, ma un clan familiare. Di certo, in Egitto, senza l’appoggio decisivo alla rivolta degli americani, Mubarak non se ne sarebbe mai andato. E il legame tra la giunta militare e gli Usa è fortissimo. Tuttavia, qualsiasi intromissione, sarebbe rischiosa e, probabilmente, controproducente.

E se fosse messa seriamente a repentaglio l’incolumità dei civili?

Se ci fossero massacri di grandi proporzioni, l’Occidente potrebbe mettere a punto svariate pressioni, o azioni mirate. Ma è altamente improbabile che intervenga nuovamente. Anche perché, attualmente, ha dei problemi economici talmente rilevanti che prevalgono su tutto il resto.           

Il premier turco, Erdogan, di recente, si è mostrato molto attivo nel tentativo di estendere la sua influenza sui Paesi dove ci sono state le rivolte. Come si potrebbero configurare i rapporti tra Egitto e Turchia?


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