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EGITTO CAOS/ I militari tradiscono e Piazza Tahrir diventa "simbolo" di repressione

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La Turchia sta tentando di allargare la propria autorità su territori che vanno dal Nord Africa, agli Stati ai propri confini. Di recente, ha fatto sentire il proprio peso in Libia e, soprattutto, in Siria, dove non si esclude un suo intervento militare a difesa della popolazione musulmano-sunnita, né la creazione di una sorta di cuscinetto al confine; in Egitto, invece, l’attivismo turco è condotto attraverso i Fratelli Musulmani, in ottimi rapporti con gli islamici turchi. Ma qui non ha, come non ce l’ha nessuno, la forza sufficiente per imporsi.  

Possiamo escludere che le manifestazioni di questi giorni siano fomentate da infiltrazioni legate all’estremismo islamico?

Dal Nord Africa al Medio Oriente, ogni qualvolta un regime entra in crisi e si provocano delle fratture, non c’è dubbio che una componente attiva nei disordini sia costituita da gruppi islamisti. Che possono essere di due tipi: alcuni pensano di guadagnarsi spazi di potere attraverso la militanza politica; altri usano le armi, ritenendo che la strada parlamentare non sia percorribile, o perché semplicemente più inclini alla violenza.

Quale anima prevarrà?

Il loro bilanciamento procede a fasi alterne e, ora, la situazione è talmente tumultuosa e soggetta a cambiamenti così repentini che è difficile fare una previsione su quale prenderà il sopravvento. D’altronde, all’inizio si pensava che l’Egitto sarebbe diventato democratico, ma al regime si è sostituita l’autorità dei militari.

Tra i manifestanti potrebbero esserci anche uomini di Al Qaeda?

E’ possibile. Dubito che l’associazione terroristica disponga della forza sufficiente per rivelarsi determinante. Ma, di sicuro, dei gruppi che si ispirano ad Al Qaeda cercheranno di prender parte a quanto sta avvenendo.  

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