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EGITTO CAOS/ I militari tradiscono e Piazza Tahrir diventa "simbolo" di repressione

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Foto Ansa  Foto Ansa

L’episodio va letto nell’ottica dell’incapacità, da parte delle autorità, di comprendere le proteste e nella prassi di liquidarle come operazioni pilotate dall’estero o da Al Qaeda. In questa prospettiva, il regime reagisce nell’unica maniera in cui è capace: con repressioni e arresti indiscriminati.

Trova che vi siano particolari assonanze con quanto sta avvenendo in Libia?

Il filo conduttore, senza dubbio, è l’instabilità. Si tratta, tuttavia, di due Paesi estremamente diversi. Non credo, ad esempio, che si possa affermare una sorta di legame tra i due all’insegna del panarabismo. Al momento, infatti, prevalgono i problemi interni. In Egitto, il principale è quello del fondamentalismo; il terrorismo di matrice islamica, di ispirazione Al-Qaedista, è sempre stato presente e periodicamente ha colpito. Ci sono zone come la Penisola del Sinai, inoltre, che sono “terra di nessuno”, in cui il fenomeno è decisamente presente.  Tuttavia, i Fratelli Musulmani – che, bene o male, sono abituati da sempre a partecipare  al gioco politico - sono in grado di inglobare le tendenze più estreme.

E in Libia?

Ad oggi non esiste un potere ben definito. Le milizie non sono state sciolte e c’è una forte competizione, sia militare che politica. Si tratta di una realtà ancora molto frastagliata. La decisione di non consegnare Saif al-Islamil figlio di Gheddafi, al tribunale dell’Aja, ma di processarlo in Libia, potrebbe rappresentare la volontà di una fazione di affermarsi rispetto alle altre, facendo rispettare le proprie volontà. Siamo ancora al tempo delle vendette. Non ci sono ancora i segnali di un potere che possa garantire il mantenimento dell’ordine. 



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