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Esteri

LIBIA/ Il petrolio, la legge, i "40 ladroni": tutti i dilemmi del dopo-Gheddafi

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Ieri, poi, dopo una serie di rinvii che non facevano presagire nulla di positivo, è stato deliberato il nuovo esecutivo ad interim, che traghetterà il paese verso le elezioni, formato da 24 ministri la cui composizione rispecchia le complessità e le molte anime dell’attuale panorama politico ed economico del paese. Tra i nomi più rilevanti, Abdurahman Ben Yezza, un ex dirigente dell’Eni, guiderà il ministero del petrolio, mentre Ashour Bin Hayal, un politico di Derna, la città più religiosa della Libia, è stato nominato ministro degli Esteri. Alla guida del ministero della Difesa, invece, Osama al-Juwali, capo militare del combattivo clan degli Zintani, uno dei gruppi di ribelli più attivo durante la guerra civile, che ha contribuito in maniera decisiva alla cattura di Saif Al Islam e che, dunque, è stato ricompensato con una delle sedie più ambite del nuovo esecutivo, nonostante in molti avessero scommesso su Abdelhakim Belhaj, capo del consiglio militare di Tripoli e storico leader del fronte islamico combattente. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, invece, rispettando le previsioni, è stato affidato ad Ali Tarhouni 

Basta una rapida lettura dei nomi dei nuovi leader per capire come questo governo sia la risultante di compromessi e difficili trattative che, in ogni caso, testimoniano sforzi apprezzabili sulla via di una difficile comunione di intenti per il futuro.

Altra novità nel panorama politico, riguarda i Fratelli musulmani libici, duramente repressi sotto il regime di Muammar Gheddafi, che, sotto la guida di Suleiman Abdel Kader, hanno aperto a Bengasi il loro primo Congresso pubblico in Libia per valutare la concreta possibilità di dare vita ad un vero e proprio partito.

Nonostante questi piccoli passi avanti verso il futuro, sotto alle macerie delle città devastate e saccheggiate, emerge uno scenario decisamente poco roseo. Durante gli otto mesi di rivolta sono nate circa 40 milizie che ora scorrazzano armate per il paese. I berberi, fino a poco tempo fa confinati nel desertico Fezzan, hanno abbandonato i propri villaggi per combattere e non hanno alcuna intenzione di ritornarsene a casa senza avere prima una contropartita in termini di posti al potere e risorse finanziarie, mentre la Brigata di Misurata, ancora ben armata, non sembra voler mollare il colpo. Nel frattempo continuano gli scontri tra le diverse fazioni che, lungi dal voler restituire le armi fornite dall’occidente, ne approfittano per risolvere con esse qualche piccola “controversia personale” o rivendicare la “proprietà” delle porzioni di territorio conquistate durante la guerra.