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Esteri

LIBIA/ Il petrolio, la legge, i "40 ladroni": tutti i dilemmi del dopo-Gheddafi

La Libia inizia a pianificare il proprio futuro tra qualche speranza e molte incertezze. Resta da capire, commenta MICHELA MERCURI, se queste speranze sono state ben riposte

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A un mese dalla morte di Gheddafi la Libia inizia a pianificare il proprio futuro tra qualche speranza e molte incertezze. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 31 ottobre ha restituito definitivamente la Libia ai libici, delegando ai leader del governo provvisorio l’arduo compito di ricostruire, o meglio di costruire, il paese, dimostrando una indiscutibile fiducia nelle capacità del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) e dei suoi membri più rappresentativi. Resta ora da capire se queste speranze sono state ben riposte e soprattutto cosa possiamo aspettarci da coloro che devono ricomporre il complesso puzzle libico.

Nel corso della guerra in molti hanno ricordato come le incognite più evidenti del dopo Gheddafi fossero essenzialmente riconducibili a due ordini di motivi: l’assenza di istituzioni e la persistenza di un tessuto sociale a forte connotazione tribale e localistica. Oggi che la fase destruens si è conclusa e si sta lentamente passando alla successiva fase construens, questi due problemi diventano macigni sul futuro del paese. 

Da un punto di vista istituzionale Gheddafi lascia in eredità una “scatola vuota”, senza una costituzione, senza partiti, senza un apparato militare e soprattutto senza una società civile unitaria. E’ su questo foglio bianco che i nuovi leader del paese dovranno iniziare a disegnare la Libia del futuro. Il colonnello, però, lascia anche in eredità il peso dell’unica istituzione che, durante il suo lungo “regno”, non è mai riuscito mai a smantellare: le tribù che, anzi, escono rinvigorite dal conflitto, non avendo più la spada di Damocle del raìs che a suon di proventi petroliferi gestiva dall’alto il sistema tribale. A queste si aggiungono gli altri gruppi armati, difficilmente definibili e per questo più temibili, che hanno combattuto sotto “l’ombrello” della Nato e che ora chiedono il proprio posto a sedere nel tavolo delle trattative. 

In questo difficile contesto, sotto lo sguardo dell’occidente, i libici tentano di porre le basi per la creazione di uno Stato. I primi segnali positivi vengono dal Cnt che di recente ha eletto democraticamente il nuovo primo ministro del governo libico ad interim, Abdul Al-Raheem Al-Qeeb, un ingegnere e docente universitario di Tripoli che ha dichiarato di volersi impegnare a “costruire una nazione che rispetterà i diritti umani, lavorando fianco a fianco con il Cnt e dialogando con la gente”. Nell’attesa dell’assemblea costituente e delle successive elezioni, previste entro 20 mesi, la tabella di marcia del nuovo premier prevede la ricostruzione delle città distrutte durante i combattimenti, il reinserimento lavorativo dei ribelli, il disarmo e la messa in sicurezza delle armi e, infine, la ripresa della produzione petrolifera. Una road map di tutto rispetto, dunque.