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REPORTAGE/ Un giorno con gli indignati di Wall Street e le loro domande

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Un manifesto, chiamato A modest call to action. Ma quale rivoluzione ha mai partorito un titolo più moscio: A modest call to action? Tutto è fatto al minimo, come dire “non vogliamo rivoluzioni, non vogliamo una nuova ideologia, ma questo mondo così non va”. Il primo vero risultato è questo: c’è gente in piazza che parla: nella terra dell’individualismo, forse la cosa più bella partorita da questa manifestazione è che dei ragazzi stiano condividendo il loro tempo, e non ammazzando il tempo con gadget tecnologici.

Mi metto a chiacchierare con due ragazzi: “Che cosa è cambiato in questi due mesi nella tua vita?”; “Abbiamo capito che i media sono importanti, e sappiamo che il movimento è cresciuto in tutta America, e guardano a noi come un esempio”. “Mi spiego meglio: che esperienza avete fatto in questi due mesi? Raccontami qualcosa di bello che è successo”. Non riescono a rispondermi. Sembra che manchi un vocabolario per parlare di queste cose.

Parlo con Marc, del banco-stampa, e gli chiedo: “Cosa c’è da cambiare?” “Wall Street controlla troppo il Governo, ci vuole più correttezza nelle istituzioni”; “Lo sai che in Spagna lo Stato è molto più forte che da voi, e il mercato più debole, eppure anche la loro economia è in ginocchio?”; “Davvero?”; “Sì, l’Europa del super-stato-sociale è in crisi proprio come l’America”; “Ascolta, io ho studiato filosofia, ed è da anni che dico che questo mondo, così com’è, va cambiato”. Nessuno, chiacchierando, è riuscito a dirmi che quella del libero mercato è un’ideologia come le altre.

Esco dal parchetto e faccio un giro della piazza: il panorama è variopinto. Un gruppo di signori di mezz’età afroamericani balla tenendo un cartello: “I sionisti controllano Google”; due ebrei ortodossi col cappellone nero guardano ridendoci sopra. Un ragazzo bianco va in giro con un cartello con scritto “Marx aveva ragione”; gli chiedo se aveva dormito in quelle notti nel parchetto, mi risponde di no. Gli chiedo una qualche spiegazione sulla protesta e lui mi indica di andare da altri. Un gruppo di latinosinvoca la rivoluzione cubana in America. Fermo due persone sui 60 anni, mi dicono che sono dei curiosi. In effetti noto tante Nikon e Canon, e tanti turisti asiatici. Oltre ai tanti turisti ci sono i media, i microfoni, i giornalisti, alcune telecamere. Parlo con una ragazza e cominciamo a chiacchierare. Le chiedo se ha dormito qua, “No”. “Sei di NY?”, e mi risponde che è arrivata dal Rhode Island per protestare. Le chiedo che lavoro fa, mi dice che ha appena finito il college e che non ha trovato lavoro.

 


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