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Esteri

REPORTAGE/ Un giorno con gli indignati di Wall Street e le loro domande

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Due sindacalisti con lo stemma gigante della loro sigla appuntato sul petto chiacchierano tra loro. Ci sono veramente pochissime sigle di gruppi organizzati, sindacati o partiti: noto solo un paio di gruppetti. Qua a Zuccotti Park va in scena la protesta dei senza volto.

Diversi cartelli dicono “Io sono il 99%”. Questo è di sicuro lo slogan più gettonato, il vero leitmotiv che emerge in quella miriade di cartelli, e che ci dice che loro sono il popolo, mentre i ricchi, l’1% che tiene in mano tutta la ricchezza, sta da un’altra parte. È una battaglia, questa, contro l’ingiustizia sociale. Non ci si chiede, però, perché si è arrivati a questo grande squilibrio sociale.

Quello che sembra andare in onda è la protesta di chi si è ritrovato fregato. “Abbiamo fatto quello che ci avete detto, e le cose però non funzionano bene: non abbiamo un lavoro, e non siamo ricchi come avremmo voluto”. Sembra una rabbia contro l’assunto fondamentale di questo Paese, una rabbia che, proprio per questo, nessuno riesce ad articolare. A voce si battono contro quell’1%, ma in verità questi ragazzi sembra che dicano: “Non era questo il patto della Terra dell’Opportunità. Americasignifica che se ti metti sotto avrai indietro qualcosa. Io ho fatto il college, ho debiti a non finire (4 anni di un buon college costano 200.000 dollari, prestati dalle banche con interessi tra il 7 e il 12 per cento: fate voi i calcoli per capire quanto costano 6 mesi di disoccupazione...), mi sono dannato l’anima, e adesso son qua senza prospettive”. Questo è quello che emerge a Zuccotti Park: una disillusione, un tradimento, il venir meno di una speranza mal riposta, ma nessuno dei ragazzi con cui ho parlato è riuscito a dirmelo.

 

(Luigi Crema)

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