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IL CASO/ Mozambico, una "decisione" che sa di ricatto

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Maputo - la capitale del Mozambico, uno dei dieci paesi più poveri del mondo - appariva deserta il 26 settembre scorso. Il traffico caotico, i mercatini per le strade, gli abituali capannelli di gente ovunque: tutto scomparso per dieci ore. Un silenzio irreale gravava sulla città. Era, infatti, il “giorno della Decisione”, la kermesse spiritual-folkloristica organizzata dalla setta evangelica brasiliana Igreja Universal do Reino de Deus: la pubblicità dell’evento aveva invaso la città da più di due mesi; sono stati affittati tre stadi nella capitale e altri nove in tutto il paese; garantita la diretta televisiva e radiofonica. Per simbolo una grande “D” infuocata. “D” come “decisone” che può cambiarti la vita. E via con sermoni urlati, messa in scena di guarigioni miracolose, cantanti famosi, balli di massa, distribuzione gratuita della rosa bianca contro gli spiriti maligni; liturgie per la fertilità, la salute, la fortuna nella vita, in amore e nel lavoro, contro il malocchio e la stregoneria. Questa la sperimentata ricetta che già in Brasile ha mietuto milioni di adepti soprattutto tra la povera gente, ma anche tra calciatori ricchi e famosi come quelli che dopo ogni goal puntano gli indici al cielo. E’ noto, infatti, come Dio non abbia null’altro da fare se non occuparsi simultaneamente di tutte le partite dei Suoi atleti.

Quante siano queste sette appare difficile stabilirlo trattandosi di un business in costante crescita. Molti personaggi in cerca d’Autore hanno pensato bene di proclamarsi sacerdoti o, addirittura, di auto-nominarsi vescovi. Chiesa mondiale del regno di Dio, Chiesa universale del potere di Dio, Assemblea universale di Dio... Tutte sono accumunate da due caratteristiche. La prima di stampo “organizzativo”: una gran parte dei fondatori è ricercata dalle polizie dei più svariati paesi per riciclaggio o detenuta per crimini vari. La seconda caratteristica comune è di tipo “devozionale”: gli aderenti sono invitati a versare alla loro chiesa la decima parte del guadagnato. In cambio Dio sarà benevolo con loro e ne farà guadagnare di più, proteggerà dalle malattie ecc. Chi non paga? Peste lo colga!

Naturalmente sarebbe semplicistico e forse anche ingiusto ridurre l’impatto sociale, politico ed economico della diffusione delle sette evangeliche agli aspetti caricaturali e negativi appena esposti. Non si spiegherebbero né l’enorme potere raggiunto, né l’incessante e vertiginoso aumento di seguaci. Fior di sociologi e intellettuali rilevano anche alcuni aspetti positivi: puntando ai soldi dei loro adepti, infatti, esse invitano a lavorare, a guadagnare per poi aumentare l’obolo assecondando la logica del “chi più dà, più riceve da Dio”. Si tratta di una formula semplice ma vincente, che ha contribuito a smuovere migliaia di favelados che si sono dati da fare per trovare un lavoro e pagare le decime perché “il lavoro l’hai trovato grazie a Dio, cioè a noi”.

Resta il fatto che non può non generare sdegno e preoccupazione la pubblicità attualmente in onda nelle televisioni mozambicane di una di queste chiese: un uomo ricco in giacca e cravatta torna nella sua bella casa con la sua bella auto dopo una bella giornata di lavoro. Uno stregone però gli fa il malocchio cosicché le ultime immagini ritraggono l’ex uomo ricco e felice coperto di stracci, abbandonato da moglie e figli, dormire per strada... “Se non vuoi finire così affidati alla nostra chiesa”.

Il messaggio è assolutamente devastante. Soprattutto in Africa dove intere generazioni sono state forzatamente abituate o addirittura educate alla deresponsabilizzazione prima dal colonialismo e poi dal neo-colonialismo dei favori economici in cambio di aiuti umanitari e investimenti in infrastrutture, dall’assistenzialismo ideologico figlio di assurdi sensi di colpa di cui sono infarcite tante opere missionarie e progetti di cooperazione allo sviluppo. Così nessuno si sente individualmente responsabile e, peggio, in grado di modificare la propria situazione. La colpa è sempre dei colonizzatori, delle multinazionali, dei paesi occidentali, dello stato che deve fare e non fa. Nel migliore dei casi la propria condizione dipende dal fato o dai favori di un Dio pagano e mutevole. Un Dio che convinci solo pagando le decime e rispettando regole morali. Non stupisce allora che una parte significativa della popolazione africana guardi alle ricchezze dell’occidente come piovute dal cielo. Che non pochi giovani coltivino il sogno di emigrare in Europa nella speranza del guadagno facile. Certo quasi nessuno ha il coraggio di affermare e scrivere di tale realtà. Qui si fa di tutto tranne che educare la povera gente all’auto sviluppo, alla valorizzazione personale, alla libertà. E la prima libertà è quella di riappropriarsi della responsabilità incidente sul proprio destino senza appaltarne la costruzione allo Stato e, soprattutto, senza alibi ideologici che costituiscono nel peggiore dei casi dure difficoltà di partenza che milioni di italiani nel secondo dopo guerra hanno dovuto superare facendo leva principalmente sul proprio lavoro e su tanti tanti tanti sacrifici.



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