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EGITTO/ Sbai: vi parlo di questo irriconoscibile Cairo

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Piazza Tahrir a Il Cairo (Foto ANSA)  Piazza Tahrir a Il Cairo (Foto ANSA)

Taqiya pura, mi verrebbe da dire, una lingua che sa parlare in due modi di fronte a due facce diverse, lavorando nel buio come i loro predecessori salafiti. E nel frattempo l’Europa è silente, muta di fronte al “sacco del Cairo”, alla devastazione definitiva della coscienza di un popolo, che affonda la sua storia nelle radici del mondo e della civiltà. Ma il cui destino è amaro, buio e soprattutto capace di far tremare chi quel mondo lo conosce. Sconta la mancanza di istituzioni e abitudini parlamentari l’Egitto, sconta non Mubarak ma la sua elité militare che non ha esitato un attimo a schierarsi con la Fratellanza e con il patto con essa stretto dall’Occidente e massacrare il suo popolo. Il maresciallo Hussein Tantawi, in un sussulto di umanità e di sincerità, aveva candidamente ammesso che mai Mubarak dette ordine di sparare sulla folla. Ed è assai facile credergli, visto che già da allora la longa manus dell’estremismo tesseva le trame della rivolta e vi infiltrava elementi che ne facevano degenerare e quindi deviare dal suo iniziale intento. Ne abbiamo parlato su questo giornale qualche tempo fa, sperando che le cose potessero virare almeno verso l’incertezza, che sarebbe stata già una vittoria per i moderati. Ma così non è stato e gli egiziani moderati che possono scappano prima che tutto precipiti, come testimonia Fouad Allam appena tornato da un Cairo irriconoscibile, soprattutto per le donne. Mi torna alla mente l’immagine dei manifesti elettorali salafiti, in cui le donne sono rappresentate con dei fiori: fiori i cui petali cadono e portano con sé la libertà del mondo arabo, colpito al cuore e incapace di rialzarsi dopo anni di torpore. Sconfitto da una volontà superiore, ebbra di potere e di denaro, di presunta superiorità morale e di astuta strategia elettorale. Il Cairo, negli occhi di Najib Mahfouz, mentre scriveva “Autunno egiziano”. Era il 1962.



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