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IRAN/ Vi spiego perché gli Usa "tollereranno" il blocco dello stretto di Hormuz

Una guerra, secondo LUCA G. CASTELLIN, al momento sarebbe impensabile; sia gli Stati Uniti che l’Iran, avrebbero solo da perderci. In termini economici e di influenza politica

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«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Così recita un vecchio proverbio popolare. Per descrivere la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran in questi ultimi giorni che conducono verso la fine del 2011 non sembra esistere espressione migliore. E ciò non solo perché il motivo del contendere ruota attorno alla libera navigazione nelle acque dello Stretto di Hormuz, ma anche e soprattutto perché tra l’escalation verbale e quella diplomatico-militare sembra davvero passare molta acqua sotto i ponti. L’apprensione è (e, forse, deve rimanere) grande. Ma, se cerchiamo di interpretare con realismo gli interessi nazionali di America e Iran, il pericolo di un nuovo conflitto non dovrebbe essere dietro l’angolo. Alla minaccia di ieri del vicepresidente iraniano Mohamed Reza Rahimi di bloccare con facilità e rapidità il passaggio delle imbarcazioni in uscita e in entrata dal Golfo Persico come contropartita a possibili nuove sanzioni contro il programma nucleare iraniano, è giunta oggi la tempestiva risposta di Rebecca Rebarich, portavoce della V flotta americana di stanza in Bahrain, la quale ha affermato con risolutezza che «ogni interruzione del traffico navale nello stretto di Hormuz non sarà tollerata».

Angusto braccio di mare che divide la Penisola arabica dalle coste iraniane, lo stretto è un crocevia fondamentale per il traffico mondiale del greggio trasportato via mare. Pertanto, un suo eventuale blocco per mano dalla Marina militare iraniana, che in questi giorni sta effettuando delle esercitazioni proprio in quelle acque, potrebbe rappresentare non solo un serio problema per il commercio energetico mondiale, ma anche determinare tanto prevedibili quanto non quantificabili aumenti del prezzo del greggio (regolato nella sua quotazione attraverso strumenti finanziari assai sensibili agli equilibri politici mondiali). Due conseguenze che non possono essere tollerate né dall’Occidente, né dalle Grandi potenze asiatiche.

Il nodo strategico e geopolitico rappresentato dalla disputa iraniano-statunitense sullo stretto di Hormuz è assai complesso e intricato. Per tentare di scioglierlo, occorre tenere ben presenti i tanti fattori in gioco sia nell’instabile e proteiforme equilibrio della regione mediorientale, sia nei sistemi politici interni di entrambi i Paesi. E una tale operazione conduce inevitabilmente ad allontanare l’ipotesi di imminenti scenari di guerra. Da un lato, infatti, non sembra essere nell’interesse iraniano destabilizzare lo status quo di un Medio Oriente in cui – anche grazie alla disastrosa campagna militare in Iraq degli Stati Uniti – il Paese di Mahmud Ahmadinejad e Ali Khamenei gode di una posizione strategica rilevante, che potrebbe solo deteriorarsi in seguito a uno scontro armato e passare nelle mani di una sempre più intraprendente Turchia.