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Esteri

VERTICE UE/ 2. De Michelis: la Merkel affonderà l’Europa e Sarkozy le va dietro

Gianni De Michelis e Giulio Andreotti (Imagoeconomica)Gianni De Michelis e Giulio Andreotti (Imagoeconomica)

Siccome fummo costretti a fare tutto molto in fretta, l’integrazione politica fu in qualche modo proiettata nel tempo. Firmammo Maastricht includendovi l’idea di un processo di integrazione politica che completasse la spinta dell’integrazione monetaria. Ma questo doppio processo non procedette con la dovuta velocità e nel migliore dei modi: Amsterdam fu un fallimento, Nizza fu un fallimento ancora maggiore, il trattato costituzionale di Amato e Giscard d’Estaing un fallimento totale. Si arrivò a parlare di integrazione politica solo con il trattato di Lisbona, entrato in vigore nel novembre 2009 con la bellezza di quasi vent’anni di ritardo.

Nel frattempo sono cambiate un po’ di cose.

Nel frattempo è scoppiata la crisi globale, che ha coinvolto anche le istituzioni europee. Ma soprattutto, le leadership che nel corso di questi vent’anni sono venute dopo di noi hanno perso di vista una regola fondamentale che quando discutemmo e firmammo Maastricht era per noi evidente.

Quale?

L’assoluta necessità di mandare avanti di pari passo il processo di deepening e il processo di widening: la modifica della governance europea, in direzione dell’integrazione politica, doveva essere contestualmente correlata col processo di allargamento. Dimenticare questa regola è costato il fallimento del processo di edificazione europea negli anni successivi. Ne vediamo i risultati.

Secondo lei la Germania che cosa sta facendo?

Sta commettendo l’errore opposto: concentrare tutto sul deepening, sul consolidamento mediante il rigore. È l’antitesi dei nostri interessi. Anche se riuscissimo a strappare qualche punto di vantaggio o di minor rigore sulle condizioni che i tedeschi ci hanno imposto con la famosa lettera della Bce, modificheremmo di poco la situazione italiana.

Mentre il destino italiano, lei dice, è legato allo sviluppo dell’allargamento.

Esatto. L’assenza di una chiara scelta sulle prospettive di ulteriore allargamento del processo di integrazione europea potrebbe decidere in senso negativo le sorti dell’Italia. Se prevale una logica di rigido ossequio ai meccanismi di regolazione, rischiamo di essere messi fuori e di avere un’Europa che tenderà a restringersi. Una messa ai margini dei Paesi mediterranei dell’Europa – è quello che ho chiamato in questi anni il «rattrappimento baltico» – significherebbe per noi il disastro immediato, ma sarebbe un disastro anche per quella parte di Europa che pensa di cavarsela facendo in altro modo.

Dunque occorre una scelta chiara in direzione euromediterranea.

È l’unica che darebbe un contesto geopolitico alla nostra crescita, che manca. Tra l’altro, una scelta strategica in favore della prospettiva più ampia di allargamento dell’integrazione europea permetterebbe di cogliere tutte le potenzialità positive insite nella cosiddetta primavera araba.

Se dovesse tornare indietro agli anni in cui le scelte fondamentali di Maastricht vennero discusse, farebbe qualcosa di diverso?