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IL CASO/ 1. Come si esce dal flop del "multiculturalismo di Stato"?

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David Cameron (Foto: Ansa)  David Cameron (Foto: Ansa)

 

La questione non è certo di poco peso: non è semplicemente politica, né tanto meno sociologica ma attiene alla sfera della filosofia nel senso originario del termine. Il “multiculturalismo di Stato” che ora finalmente si critica è infatti figlio del moderno relativismo con il suo tipico rifiuto dell’eventualità che si possa a giungere a un vero e a un giusto validi per tutti. Nella misura in cui ciò diventa mentalità comune ecco che a lungo andare viene meno qualsiasi interesse per l’altro da sé; e all’ombra di un’indifferenza spacciata per tolleranza, la società civile si riduce a un ammasso di ghetti tendenzialmente ostili l’uno all’altro.

 

Per uscire da questo vicolo cieco basta oggi, come sembra suggerire Cameron, il richiamo all’appartenenza a un territorio e alla sua identità socio-storica?

Temo che per una parte crescente dei miei contemporanei l’appartenenza a un territorio non abbia più la pregnanza che ad esempio ha per me. Me ne dispiace anche molto, ma le cose stanno così. Allora si deve andare più in là, a qualcosa che in effetti era ricompreso nell’appartenenza a terre come i nostri Paesi europei, ma che appunto oggi non scatta più automaticamente in tutti. Mi riferisco alle evidenze fondamentali che derivano dalla condizione umana. L’unico vero possibile motore del dialogo, e quindi anche della convivenza civile, non è affatto il “dubbio metodico” delle filosofie di matrice illuministica, di cui il moderno relativismo di massa è l’estrema degenerazione. E’ piuttosto la comune condizione umana. Il dialogo allora consiste nell’intrecciarsi delle risposte ai quesiti conseguenti che ciascuno dà in base alla propria visione del mondo.

 

E, avuto riguardo per l’ovvia «primogenitura» della tradizione del paese, la convivenza civile non può quindi che fondarsi su una piattaforma di valori comuni, sempre in divenire, frutto dell’aperto confronto tra tali varie risposte e non sul loro annichilimento; nella prospettiva di una fiduciosa e leale ricerca di quanto è vero e giusto per tutti. O si fa una politica di integrazione ispirata a criteri del genere o dalla catastrofe del “multiculturalismo” non si esce.

 

 

www.robironza.wordpress.com



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COMMENTI
10/02/2011 - Territorio e appartenenza (Antonio Servadio)

Sono perfettamente in sintonia col pensiero espresso dal giornalista. Desidero altresì puntualizzare che risiedere in un territorio non significa affatto "appartenervi". L'appartenenza, in questo contesto, non è tanto una modalità amministrativa o legale, quanto una dimensione esperienziale, un sentimento ecc. insomma qualcosa che non si risolve affatto con i certificati. Quindi, si all'accoglienza, si all'integrazione, no allo statalismo, no al multiculturalismo di Stato.